ALTRA IMPOSIZIONE UE – Sparisce l’origine del cibo dalle etichette

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DAL 13 DICEMBRE UN REGOLAMENTO DELLA UE TOGLIE L’OBBLIGO DI INDICARE SULLE CONFEZIONI lo stabilimento di lavorazione degli alimenti. Un regalo alle multinazionali. Che rischia di danneggiare le aziende nostrane. E di aiutare i cloni del made in Italy.

etichetteLA MOZZARELLA SANTA LUCIA FINO A OGGI E’ PRODOTTA IN ITALIA. Lo si può leggere chiaramente sull’etichetta: realizzata nello «stabilimento di Corteolona, Pavia». Tra pochi giorni le cose potrebbero però cambiare. Un regolamento europeo cancella infatti l’obbligo di indicare sulla confezione il luogo di produzione degli alimenti. In teoria ci sono due eccezioni: carne e latticini, per i quali bisognerà ancora segnalare lo stabilimento, ma non più come avviene oggi: basterà un numero a rappresentare la fabbrica. Per comprendere le conseguenze del cambiamento vale la pena di restare sull’esempio della Santa Lucia, marchio controllato dalla multinazionale francese Lactalis che, oltre a quelli italiani, ha impianti sparsi per il mondo. Ebbene, se per ipotesi la Lactalis decidesse di non realizzare più la mozzarella in provincia di Pavia, ma di spostare la manifattura all’estero, per il consumatore sarebbe praticamente impossibile saperlo. Un ragionamento applicabile a tutto il cibo.

etichetteCE LO CHIEDE BRUXELLES. Il regolamento in questione porta il numero 1169 ed entra in vigore in tutti i Paesi dell’Unione europea il 13 dicembre. L’obiettivo ufficiale è quello di «migliorare il livello di informazione e di protezione dei consumatori», si legge sul sito dell’Ue. In effetti, nelle 46 pagine del documento ci sono parecchi articoli che dovrebbero renderci la vita più facile. Per esempio, sulle etichette dei cibi non troveremo più la scritta “sodio” ma il più comprensibile “sale”. Oppure – altro esempio – dovranno esserci informazioni più chiare sulle sostanze a cui i consumatori possono essere allergici, dal glutine alle uova. Gli esperti concordano: ci sarà finalmente più trasparenza sugli ingredienti e regole uguali per tutti. Peccato solo che non sarà più garantita la conoscenza dello stabilimento di produzione. Un’informazione che in Italia, finora, è stato obbligatorio indicare: lo prevede la legge 109 del 1992. Con il nuovo regolamento europeo la norma nazionale decadrà. E scrivere sull’etichetta il luogo in cui è stato lavorato l’alimento diventerà facoltativo. «È un regalo alle multinazionali, che potranno così spostare le produzioni in Paesi dove la manodopera costa meno senza che il consumatore se ne accorga», sostiene Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare.

etichetteIL MISTERO S’INFITTISCE. Già oggi, in realtà, parecchi prodotti provenienti da altre nazioni non riportano sulla confezione il luogo di lavorazione. Basta fare un giro al supermercato per rendersene conto. Capire dove sono stati realizzati i cereali Fitness, ad esempio, è impossibile. Sulla scatola l’unica informazione comprensibile è questa: «Distribuito da Nestlé Italia Spa», la multinazionale svizzera con ramificazioni in tutto il mondo. In quale Paese sono stati lavorati i cereali? Mistero. Dal 13 dicembre sarà così anche per le produzioni italiane. Il regolamento comunitario prescrive infatti di riportare sulla confezione solo il nome del proprietario del marchio. E sono in molti a credere che il cambiamento risulterà svantaggioso per chi va a fare la spesa. Il governo che fa? Il Movimento 5 Stelle ha presentato un’interrogazione al ministero dello Sviluppo economico per chiedere di mantenere l’obbligo d’indicare sull’etichetta il luogo di produzione. «Per operare in tal senso occorre una specifica norma di legge o una delega al governo in materia di etichettatura», ha risposto il viceministro Claudio De Vincenti, aggiungendo però che al momento «non appare possibile adottare i provvedimenti richiesti per assenza di una fonte primaria che li preveda». Insomma, per ora niente da fare, in futuro si vedrà. Intanto nel settore alimentare le preoccupazioni aumentano. Questione economica, soprattutto. L’indicazione dello stabilimento, si legge infatti nell’interrogazione dei Cinque Stelle, «serve ai singoli consumatori per scegliere un alimento rispetto a un altro anche in considerazione del Paese o della regione dove è prodotto». Traduzione: se voglio premiare le aziende che non delocalizzano, come faccio se non conosco il luogo di produzione?

etichetteRISCHI PER IL MADE IN ITALY. La questione suscita i malumori di parecchie imprese nostrane. Alla Sterilgarda, 280 dipendenti, tra i maggiori produttori di latte in Italia, la paura è di perdere quote di esportazioni. Ferdinando Sarzi, titolare dell’azienda mantovana, dice di essere appena tornato da un viaggio di lavoro negli Stati Uniti: «Lì il made in Italy continua ad andare fortissimo, ma adesso che non sarà più obbligatorio indicare lo stabilimento di produzione qualcuno, per esempio chi ha sede legale da noi ma fabbriche all’estero, potrebbe approfittarne per vendere come italiano ciò che in realtà viene lavorato fuori». Insomma, le nuove regole potrebbero agevolare i prodotti “italian sounding”, quelli che attraverso nomi o simboli stampati sulla confezione rimandano a una presunta italianità. Un fenomeno che, secondo le ultime stime del governo, vale già oggi circa 55 miliardi di euro, quasi il doppio delle esportazioni alimentari nostrane.

etichetteCHI CI GUADAGNA. Sterilgarda è solo una delle tante imprese ad aver firmato la petizione per opporsi all’entrata in vigore del regolamento europeo. L’idea è stata di Raffaele Brogna, 32enne fondatore di ioleggoletichetta.it, un sito che cerca di aiutare chi fa la spesa con informazioni sull’origine dei prodotti. Brogna ha avviato una raccolta di firme che finora ha raccolto circa 20 mila adesioni tra cittadini privati e gruppi dell’agroalimentare. «Dalla nostra parte stanno le aziende che producono tutto in Italia», dice Brogna, «non certo colossi come Unilever, Nestlé o Carrefour che hanno stabilimenti in tanti Paesi e possono beneficiare del nuovo regolamento». Le imprese che hanno firmato la petizione si sono impegnate a mantenere l’indicazione dello stabilimento di produzione. Tra queste ci sono pure alcune catene di supermercati, visto che negli ultimi anni anche in Italia si sono sviluppate parecchio le cosiddette private label, cibi marchiati con lo stesso simbolo della catena distributiva. «Noi continueremo a chiedere ai nostri fornitori d’indicare lo stabilimento, così che il consumatore possa essere certo che quel cibo ha creato lavoro in Italia», assicura ad esempio Giuseppe Zuliani, direttore marketing della Conad.

etichettaMOZZARELLA LITUANA. Se è vero che le nuove regole europee renderanno difficile, se non impossibile, capire dove è stato lavorato un alimento, già oggi l’origine del cibo è abbastanza misteriosa. Secondo i calcoli della Coldiretti, il 33 per cento dei prodotti agroalimentari “made in Italy” contiene infatti materie prime straniere. Già, perché in parecchi casi non è obbligatorio indicarne la nazione di provenienza. Qualche esempio? Basta dare un’occhiata al grafico riportato nelle pagine precedenti. Due prosciutti su tre, venduti come italiani, sono frutto di maiali allevati all’estero, soprattutto in Germania. Un terzo del grano usato per fare la pasta arriva dal Canada. E la metà delle mozzarelle che compriamo è prodotta con latte straniero, per lo più tedesco e lituano. Il nuovo regolamento europeo, in realtà, qualche miglioramento in questo senso dovrebbe portarlo. «Sarà obbligatorio indicare sulla confezione il Paese d’origine della carne di maiale, capra e pollo», dicono dal ministero dell’Agricoltura, precisando che questo risultato è frutto delle pressioni dell’Italia in sede europea. Altre nazioni, evidentemente, hanno spinto affinché l’Ue togliesse l’obbligo di indicare sulle confezioni lo stabilimento di produzione. E così, dal 13 dicembre, sapere dove è stato lavorato ciò che stiamo mangiando diventerà ancora più difficile. A meno che il governo, alla fine, decida di fare una nuova legge in difesa del made in Italy.

Di *Stefano Vergine
>Fonte< 

Redatto da Pjmanc: https://ilfattaccio.org

L’UE CI TAGLIA GLI ULIVI? Noi per ogni ulivo tagliato ne piantiamo 100 +Video

L'UE CI TAGLIA GLI ULIVI? Noi per ogni ulivo tagliato ne piantiamo 100 +Video

PER OGNI ULIVO TAGLIATO NE PIANTIAMO CENTO, con questo slogan centinaia di pugliesi stanno piantando in queste ore nuove pianticelle di ulivo li dove l’Unione Europea, attraverso il piano del governo nazionale, ha deciso di eradicare i nostri ulivi, anche secolari e millenari, senza trovare una soluzione alternativa all’abbattimento di piante che hanno donato l’olio si dai tempo degli antichi romani e greci. Se i politici ed burocrati europei non sanno ( non vogliono?) risolvere il problema del disseccamento rapido degli ulivi sembra logico che i cittadini più sensibili abbiano deciso di vedersela per conto proprio e trovare una soluzione pacifica ma al tempo stesso rivoluzionaria ed efficace. L’iniziativa è partita con l’evento “La Domenica della disobbedienza” svoltosi nel Salento lo scorso 18 ottobre, ma i cittadini non sembrano fermarsi. Stanno continuando a piantare ulivi, partecipando a cortei, organizzando ronde per tentare di fermare l’eradicazione imposta. Lo dimostrano le centinaia di immagini diffuse in queste ore sui gruppi “Domenica della Disobbedienza“, “Difendiamo gli ulivi – Torchiarolo“, “I colori della Terra” e tante pagine facebook ed eventi. Un video dal web mostra le immagini di alcune piantumazioni avvenute domenica.
VIDEO

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edatto da Pjmanc https://ilfattaccio.org

AVETE UN ORTO? Arriva il patentino obbligatorio

AVETE UN ORTO? Arriva il patentino obbligatorio

ENNESIMO SCIPPO DI STATO ANZI DI UNIONE EUROPEA. In arrivo la norma che prevede l’obbligo di acquisire un patentino per comprare e utilizzare prodotti fitosanitari sia per aziende sia per privati, che entrerà in vigore dal 26 novembre. Tanto coloro che coltivano un orto per passione, quanto chi fa della coltivazione agricola un lavoro è rimasto profondamente scosso da questa nuova norma. Durissimi commenti «Si tratta di un furto bello e buono ai danni dei privati cittadini legalizzato dalle istituzioni competenti in materia. Questo è un modo con cui vengono fatti soldi per interessi di non si sa nemmeno chi. E lo dimostra il fatto – conclude Lorenzi – che la norma non è un’idea di un qualche parlamentare italiano, ma una conseguenza di una direttiva arrivata niente meno che dall’Unione Europea in persona».

 Emanuele VannacciCHIARO CHE QUESTA MISURA VIENE EMANATA SECONDO UNA LOGICA che va a sfavorire i medio-piccoli commercianti agricoli, osserva Emanuele Vannacci, dell’omonimo negozio di prodotti per l’agricoltura. Vannacci osserva inoltre che «una regolamentazione alla norma ci sarà senza’altro. Ma in che modo e con quali conseguenze? – si chiede –. Dalle indicazioni ufficiose che ci sono oggi si rischia di avere questo scenario: una suddivisione dei prodotti tra non professionali (quelli in confezioni piccole, ad esempio da mezzo chilo) e quelli professionali (pacchi da un chilo in su). I primi dovrebbero essere vendibili anche senza patentino, per la serie fatta la legge trovato l’inganno, i secondi no. Ma chiaramente il costo dei prodotti non professionali salirebbe alle stelle, così che dodici pacchi non professionali costerebbero come sei professionali. A quel punto la cosa più conveniente per tutti e fare il patentino, con tutti i costi che ne conseguono per i piccoli e piccolissimi agricoltori. Chiaramente – osserva Vannacci – stiamo parlando in via ipotetica.Non sapremo con precisione cosa effettivamente accadrà fino al ventisei novembre di quest’anno, giorno in cui entrerà in vigore questa norma. Ovvio – conclude – che se tutti i clienti, dal primo all’ultimo, devono essere pagati con fattura all’interno del negozio si formerebbero code molto lunghe e i tempi di attesa per i vari clienti aumenterebbero a dismisura».

*Lorenzo Vannucci
>Fonte< 
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org

LA DIFFIDA DELL’UE – L’Italia produca formaggi senza latte

LA DIFFIDA DELL'UE - L'Italia produca formaggi senza latte

LA COMMISSIONE DELL’UNIONE EUROPEA HA INVIATO UNA DIFFIDA ALL’ ITALIA per chiedere la fine del divieto di detenzione e utilizzo di latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito per la fabbricazione di prodotti lattiero caseari, previsto storicamente dalla legge nazionale. Lo chiede in nome della libera circolazione delle merci, ma per il presidente della Coldiretti non è altro che “un ditkat di un’Europa che è pronta ad assecondare le lobby. Vogliono costringerci ad abbassare gli standard qualitativi dei nostri prodotti alimentari. Vogliono imporre all’Italia di produrre “formaggi senza latte ottenuti con la polvere, come hanno imposto di fare cioccolato senza burro di cacao“. Il divieto di usare il latte in polvere è in vigore in Italia dal ’74 e secondo Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti, è una scelta che ha garantito fino ad ora il primato della produzione lattiero casearia italiana, le cui esportazioni sono aumentate del 9,3 per cento nel primo trimestre del 2015. Questa diffida, secondo la Coldiretti, se accolta, comporterà uno scadimento della qualità dei formaggi e degli yogurt italiani che metterà a repentaglio la “reputazione del made in Italy”, ma anche una maggior importazione di polvere di latte e latte concentrato “che arriverà da tutto il mondo a costi bassissimi, con conseguenze pesanti sulla tenuta dei nostri allevamenti”.

Redatto da Pjmanc: https://ilfattaccio.org

RUSPE DELL’UE vs IL POPOLO DEGLI ULIVI

RUSPE DELL'UE vs IL POPOLO DEGLI ULIVI

MENTRE GLI ISPETTORI DELL’ UE NEI GIORNI SCORSI HANNO RIBADITO L’IMPORTANZA DELLA LINEA DURA suggellata a Bruxelles in maggio, cioè l’eradicazione degli ulivi del Salento, contadini, cittadini, associazioni, artisti si preparano a nuove forme di resistenza. Di sicuro, il “popolo degli ulivi” è riuscito a raccontare quello che sta accadendo, ha evidenziato il legame tra la malattia delle piante e l’uso di concimazione chimica, ha dimostrato che la scienza di laboratorio è in grado solo di fornire la “soluzione” della desertificazione del territorio, ha mostrato, infine, che esistono sperimentazioni di agricoltura naturale in grado di prendersi cura delle piante.

RUSPE DELL'UE vs IL POPOLO DEGLI ULIVIVEDERE LA MORTE PER DISSECCAMENTO DI INTERI CAMPI DI ULIVI SECOLARI A GALLIPOLI E IN ALTRE ZONE DEL SALENTO FA MALE ALL’ANIMA. Ma ancor più sconfortante è il piano di eradicamento di massa avanzato dal solerte comandante Siletti del Corpo Forestale della Regione Puglia e fatto proprio dal Governo e dall’Unione Europea nell’intento di creare un “vuoto biologico” attorno alle aree dove è stato trovato il batterio Xilella, classificato “molto pericoloso” e accusato di essere la causa dell’epidemia. La scienza di laboratorio non sembra in grado di fornire altra soluzione se non la desertificazione del territorio. Se tale piano dovesse procedere il paesaggio, la storia, l’economia della Puglia non sarebbero più gli stessi e si aprirebbe la strada ad altri usi del territorio, ben descritti dalla giornalista Marilù Mastrogiovanni in: Xilella Repor, edizioni Il Tacco d’Italia. Una mobilitazione senza precedenti di contadini, cittadini, associazioni, artisti ha materializzato un “popolo degli ulivi” che ha fermato le motoseghe. Ci si attende ora dal nuovo presidente della Regione Michele Emiliano una riconsiderazione della situazione alla luce di semplici constatazioni che emergono dal sapere diffuso esperienziale degli olivicoltori tradizionali.

RUSPE DELL'UE vs IL POPOLO DEGLI ULIVILA XILELLA PUO’ ESSERE SOLO LA CAUSA DI UN INDEBOLIMENTO DEI TESSUTI VEGETALI delle piante private di un apporto nutrizionale sufficiente a causa dalla perdita di materia organica del suolo. Decenni di concimazione con prodotti di sintesi, di diserbanti, di uso di fitofarmaci, di mancata coltivazione dei terreni, di potature approssimative hanno compromesso i cicli biologici delle piante più vecchie. Un professore di agronomia dell’Università della Basilicata, Cristos Xyloyannis, lo ha scritto sull’“Informatore Agrario”. Un permacultore, Mattia Pantaleoni, nel suo podere a Oria (Brindisi) sperimenta come alimentare e curare le piante con microrganismi e minerali. Ivano Gioffreda, presidente di Spazi popolari, ha ottenuto buoni risultati curando i suoi alberi con la classica poltiglia bordolese. Alcuni campi sperimentali biologici stanno dando buoni risultati. Al fondo, si scopre che non vi è bisogno di scatenare alcuna guerra batteriologica (con le armi fornite dalla Monsanto, guarda caso!), basterebbe un’azione coordinata per una rivalutazione del prodotto. La gran parte dlle olive da queste parti vengono pagate pochi euro al quintale al frantoio per produrre “olio lampante”, troppo acido e di bassa qualità per essere remunerativo.

* Paolo Cacciari
>Fonte< 
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org