OLANDA – La plastica diventa un parco

OLANDA - La plastica diventa un parco

ROTTERDAM HA INAUGURATO RECYCLED PARK, il parco galleggiante realizzato con i rifiuti plastici che inquinano il fiume Nieuwe Maas. Il parco riciclarifiuti nasce da un’iniziativa del Comune di Rotterdam in collaborazione con WHIM architecture e con la Wageningen University (Wur), I rifiuti recuperati dal fiume grazie a un apposito macchinario saranno passati al vaglio degli specialisti dell’Università di Wageningen che indicheranno la tecnica di riciclo in base alle differenti tipologie di plastiche raccolte. per trasformarle in blocchi esagonali che permetteranno alla piattaforma di galleggiare. Di differenti misure e dimensioni a seconda della tipologia d’origine, i blocchi permetteranno di ospitare veri e propri giardini in grado di accogliere anche alberi ad alto fusto nella parte superiore e piante acquatiche e alghe nella parte sommersa.Una soluzione applicabile in qualunque contesto geografico o bacino idrico, un aiuto indispensabile per ripulire i corsi d’acqua e nuovi spazi verdi a disposizione dei cittadini.

Redatto da Pjmanc: www.ilfattaccio.org

INQUINAMENTO MARINO – Il mistero della plastica sparita

INQUINAMENTO MARINO - Il mistero della plastica sparita

LE CORRENTI OCEANICHE TRASPORTANO LA MAGGIOR PARTE DEL”ENORME QUANTITA’ DI DETRITI DI PLASTICA che ogni anno finisce negli oceani in cinque grandi aree al centro dell’Atlantico e del Pacifico. La massa di questi detriti, però, stimata sulla base di numerosi campionamenti, è almeno cento volte inferiore a ciò che dovrebbe essere. I meccanismi di rimozione sono ancora da chiarire, ma si teme che una parte finisca nella catena alimentare marina. Sarebbero fra 10 mila e 40 mila le tonnellate di detriti plastici che galleggiano sulle acque degli oceani: una quantità enorme, ma inferiore di diversi ordini di grandezza alle stime dei flussi di plastica dai continenti verso gli oceani. La scoperta, effettuata da un gruppo internazionale di oceanografi che firmano un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” non è una buona notizia perché la differenza non sarebbe dovuta a inesattezze nella valutazione dei flussi, ma a un meccanismo di rapida rimozione della plastica ancora tutto da studiar,e ma che potrebbe coinvolgere la catena alimentare. Secondo uno studio degli anni settanta, in mare finisce lo 0,1 per cento circa della plastica prodotta, che all’epoca corrispondeva a 45 mila tonnellate all’anno. Da allora la produzione di plastica è quintuplicata, e anche considerando le stime più prudenti, la massa della plastica presente sulla superficie marina in base ai dati raccolti ora da Andrés Cózar e colleghi è almeno cento volte inferiore a quella che dovrebbe esserci.

biofoulingLE STIME DEGLI AUTORI SI BASANO SU 3070 CAMPIONAMENTI IN ACQUE D’ALTURA realizzate da diverse spedizioni oceaniche nel corso di alcuni anni. Nel 88 % cinque aree di accumulazione nelle regioni centrali dell’Atlantico e del Pacifico di entrambi gli emisferi, la più grande delle quali è nel Pacifico e raccoglie dal 33 al 35 per cento dei detriti. La dimensione media dei detriti di plastica è piccola: la maggior parte è fra uno e due millimetri. Analizzando la distribuzione la massa della plastica in funzione delle dimensioni dei frammenti, tuttavia, i ricercatori hanno notato che alcune dimensioni erano decisamente sottorappresentate rispetto a ciò ci si poteva attendere sulla base dei processi di degradazione noti. Inoltre, malgrado l’aumento dei flussi di plastica nell’oceano, nel corso degli anni la quantità del materiale galleggiante in superficie è rimasta sostanzialmente costante. I ricercatori hanno individuato quattro possibili meccanismi responsabili della rimozione della plastica dalla superficie del mare, il cui peso e importanza relativa sono ancora tutti da stabilire. Accanto alla nanoframmentazione attraverso processi di degradazione poco conosciuti (in grado di trasformare direttamente i frammenti in parti talmente piccole da sfuggire alle maglie delle reti di campionamento), potrebbero contribuire al fenomeno anche il cosiddetto biofouling, ossia “l’incrostazione”, nella forma di biofilm, delle particelle più minute sulla superficie di organismi marini animali e vegetali, e l’ingestione da parte sia di organismi unicellulari che pluricellulari. L’ultimo meccanismo individuato è la deposizione a riva che però secondo i ricercatori un’importanza minore.

Redatto da Pjmanc: https://ilfattaccio.org

BIO PLASTICA – Al 100% naturale dalle fibre di canapa

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SI CHIAMA BIO MAT E DOVREBBE ESSERE L’ALTERNATIVA ECO-COMPATIBILE AI MATERIALI PLASTICI STAMPATI AD INIEZIONE.Almeno, come riporta Eco Composites, è l’aspettativa di Faurecia, uno dei più grandi produttori al mondo di componentistica per automobili (con clienti come Volkswagen, Ford, Renault -Nissan, GM e BMW) che l’ha realizzata e presentata settimana scorsa in occasione del Los Angeles Auto Show.BioMat nasce dal PBS (polibutilene succinato), che può essere ricavato da un processo di fermentazione dei cereali, ed è un poliestere biodegradabile al 100%, miscelato con fibre di canapa per essere rinforzato. Sarà usato per realizzare componenti interni come i pannelli delle portiere, che possono poi essere coperti con vari tessuti o pelle; la società pensa di produrlo a livello industriale dal 2016.

nafileanSECONDO FAURECIA, “BioMat riduce la dipendenza del settore sul prezzo del petrolio e aiuta a ridurre i gas serra e contribuirà ad un livello di riciclabilità superiore per i futuri veicoli, nonché ad un impatto positivo sulla valutazione del ciclo di vita del mezzo”. Anche se non è raro trovare la canapa nelle auto di oggi, l’uso di materiali naturali rende BioMat un miglioramento rispetto ai precedenti compositi di canapa, tra i quali il NAFILean di Faurecia, costituito da canapa e polipropilene a base di petrolio.Sia BioMat sia NAFILean pesano circa il 25 % in meno rispetto ai materiali in fibra di vetro comparabili, contribuendo a migliorare le prestazioni della vettura e l’efficienza del carburante.

>Fonte< 
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VUOI COSTRUIRE UNA SERRA? – Ti bastano 1000 bottiglie di plastica

serra_bottiglie_PLASTICA

IL WEB E’ PIENO DI PROGETTI FAI DA TE CHE PREVEDONO L’USO DI MATERIALI A BASSO COSTO COME LE BOTTIGLIE DI PLASTICA.Negli ultimi 20 anni, infatti, è cresciuta la consapevolezza degli effetti negativi che le nostre azioni e abitudini possono avere sull’ambiente. Oggi, riciclare oggetti non è più solo una moda, ma una necessità. E per fortuna è diventata una sana abitudine. Un modo per fare buon uso di bottiglie in plastica usate è la costruzione di una serra a basso costo. Per una struttura convenzionale a forma di rettangolo, avrete bisogno di circa 1000 bottiglie di plastica da 1.5 litri. Con questo grosso quantitativo di rifiuti che altrimenti sarebbero finiti in discarica potrete realizzare una struttura di 2 metri x 2 metri. Il trucco è costruire una parete alla volta, per poi assemblarle.

serra_bottiglie_PLASTICAUN ALTRO CONSIGLIO DA SEGUIRE PRIMA DI INIZIARE è di misurare le bottiglie che avete a disposizione. In questo modo, il telaio sarà esattamente della dimensione desiderata.Se però ci fosse qualche errore di calcolo, si potrà facilmente tagliare qualche bottiglia. A questo punto, è tutta una questione di taglio delle bottiglie e di incollaggio tra di loro e al telaio di legno. Naturalmente vanno considerati anche i lavori per sistemare la struttura in legno sul pavimento. Assicuratevi di avere un paio di pezzi di legno posizionati sotto il telaio. Versate un po’ di silicone tra le bottiglie fino a completare la parete. Fate lo stesso per ognuna.E ricordatevi di progettare un’apertura per la ventilazione. Potete completare il tutto anche con un tetto di paglia e, se vi avanzano un po’ di bottiglie, potete costruire intorno alla struttura un bel muretto di plastica. Come vedete, c’è molto da fare.

>Fonte<
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L’ISOLA DI PLASTICA – Ecco le sue vittime + Video

l'isola di plastica

UN REPORTAGE FOTOGRAFICO CHE HA FATTO IL GIRO DEL MONDO.Le foto di Chris Jordan raccontano come muoiono ogni giorno migliaia di uccelli su un isolotto remoto dell’Oceano Pacifico, Midden Atoll, nelle zone di mare invase dell’Isola di plastica.Le immagini terribili che seguono sono state scattate dal fotografo Chris Jordan su un’isola remota dell’Oceano Pacifico chiamata Midden Atoll. Come suggerisce il nome stesso, questo atollo si trova esattamente a metà tra il Nord America e l’Asia, a più di 2000 miglia dalla costa più vicina.E’ fino a qui che arriva gran parte della spazzatura generata dal consumismo planetario, nel posto più impensabile, su un’isola sperduta dove da sempre trovano il loro habitat naturale numerose colonie di albatros, i quali purtroppo stanno rimanendo decimati proprio a causa dei rifiuti che hanno invaso l’atollo: durante i primi mesi di vita, i pulcini vengono sfamati dai genitori che spesso confondono la spazzatura che galleggia nel mare per cibo. Accade così che gli albatros si ritrovino inconsapevolmente ad essere gli stessi carnefici dei loro piccoli, i quali nel giro di poco tempo muoiono a causa di tutta la spazzatura erroneamente ingerita.

l'isola di plasticaUNA TRAGEDIA CHE STA METTENDO A RISCHIO LA SOPRAVVIVENZA DI UNA SPECIE ANIMALE GIA’ FORTEMENTE MINACCIATA dalla possibilità di estinzione. La verità è che i colpevoli di questa strage siamo noi: i nostri rifiuti infatti, una volta in mare subiscono la forza delle correnti oceaniche e vengono spinti in un vortice dove finiscono per accumularsi in una sorta di isola galleggiante dalle linee ben definite (come ad esempio quella conosciuta con il nome di Great Pacific Garbage Patch, grande due volte il Texas, leggi L’isola di plastica del Pacifico). Queste “isole” sono composte da una concentrazione eccezionalmente alta di plastica, liquami chimici e altri rottami che rimangono intrappolati nelle correnti del Pacifico.Nel 2009 Chris Jordan ha deciso di denunciare la gravità del fenomeno realizzando un reportage fotografico molto forte che ritrae le condizioni in cui versano questi animali, sia da vivi e agonizzanti, che da morti. In particolare le foto che vedrete testimoniano lo scioccante contenuto dello stomaco di questi uccelli che – ricordiamo – vivono in uno dei santuari marini più remoti del pianeta.Purtroppo il nostro sconsiderato consumo di plastica sta letteralmente sterminando i cuccioli di questi magnifici uccelli di mare, che in normali circostanze vivrebbero fino a 50 anni, e anche oltre.Le foto che seguono sono il racconto terribile del danno che tutti noi stiamo commettendo nei confronti della natura e rappresentano uno dei tanti motivi per cui riciclare è così importante.

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