RECENTE STUDIO METTE IN DUBBIO L’EFFICACIA DEGLI ALBERI NELLA RIDUZIONE DEI GAS SERRA – Ecco perchè

UNO STUDIO RIDIMENSIONEA IL BENEFICO CONTRIBUTO DEGLI ALBERI NELLA RIDUZIONE DEI GAS SERRA

Chiamando in causa i microscopici organismi che popolano il suolo e la loro pericolosa produzione di gas.La capacità delle piante di catturare anidride carbonica dall’atmosfera è sempre stata considerata un’arma efficace contro il pericoloso aumento dei gas serra.Tuttavia lo studio pubblicato su Nature da Kees Jan van Groenigen (Trinity College di Dublino), Craig Osenberg (University of Florida) e Bruce Hungate (Northern Arizona University), sottolinea come si sia trascurata un’importante conseguenza.Una più intensa attività degli alberi e la conseguente maggiore crescita, infatti, sfociano inevitabilmente in una maggiore disponibilità di nutrienti per i microorganismi che popolano il suolo. Peccato che il metabolismo di questi ultimi produca metano e protossido d’azoto, due gas serra ben più dannosi dell’anidride carbonica.I dati raccolti dai ricercatori in 49 esperimenti condotti in Europa, Nord America e Asia su foreste, zone umide, praterie e campi coltivati – comprese le risaie – hanno mostrato che questa produzione supplementare di gas serra finisce col ridurre di almeno il 16% la mitigazione del riscaldamento globale esercitata dalle piante.Un risvolto inaspettato del quale i climatologi dovranno necessariamente tener conto nel rifinire i loro scenari.

*Claudio Elidoro

>Fonte<  

Redatto da Pjmanc: https://ilfattaccio.org

ANCHE GLI ANTICHI ROMANI INQUINAVANO L’ATMOSFERA CON I GAS SERRA

NON SARA’ UNA GRANDE CONSOLAZIONE

ma almeno possiamo dire che non siamo stati noi a cominciare. Secondo una ricerca pubblicata su Nature. Infatti, già duemila anni fa gli antichi romani e cinesi immettevano nell’atmosfera grandi quantità di metano, uno dei principali responsabili, insieme all’anidride carbonica, dei cambiamenti climatici.Altro che Rivoluzione Industriale, insomma: almeno il 20-30 % di metano è stato prodotto molto prima. Per scoprirlo, Celia Sapart, dell’Università di Utrecht, e gli altri autori dello studio hanno viaggiato fino in Groenlandia, dove hanno misurato la quantità di metano rimasto intrappolato per millenni all’interno di grandi blocchi di ghiaccio. La sorpresa degli scienziati è stata grande quando hanno scoperto una forte eccedenza del gas intorno al primo e secondo secolo dopo Cristo, un periodo in cui sia la Roma imperiale che la dinastia Han, in Cina, erano all’apice del successo.

 

MA COME VENIVA PRODOTTO ESATTAMENTE QUESTO GAS?

E perché proprio in certi periodi storici? L’emissione, spiegano i ricercatori, può avvenire per cause naturali (come l’attività di batteri nelle paludi) o per l’ azione dell’uomo (per esempio bruciando una foresta o coltivando il riso). E come sottolinea Thomas Blunier, uno degli autori della ricerca, “ogni fonte ha una composizione differente. Il metano prodotto bruciando legno contiene più isotopi pesanti (carbonio-13) di quelli leggeri (carbonio-12)”. Studiando queste differenze, è stato possibile stabilire che l’abbondanza di gas era dovuta alla mano dell’uomo, e non a fattori naturali. Gli scienziati hanno anche ipotizzato il motivo: i bisogni di grandi civiltà in espansione hanno portato a grandi deforestazioni, a un uso più intensivo delle risaie e – più tardi – del carbone. Tutte attività che aumentano in modo significativo l’emissione di metano.  A rafforzare questa teoria sono gli stessi campioni di ghiaccio: con il declino dell’Impero Romano (oppure in seguito a grandi epidemie, per esempio) la quantità di metano trovata è risultata essere molto più bassa. Una correlazione troppo forte, per essere una semplice coincidenza.

>Fonte<
Redatto da Pjmanc: https://ilfattaccio.org

HAMBURGER ARTIFICIALI CREATI IN LABORATORIO MA A CHI SERVONO?

UN TEAM DI STUDIOSI OLANDESI HA RICREATO LA CARNE IN LABORATORIO A PARTIRE DA STAMINALI DI CARNE ANIMALE

Nonostante le buone intenzioni, la scoperta continua a sostenere uno stile alimentare fortemente orientato al consumo di carne che, come evidenziano diversi studi scientifici, risulta energivoro e poco compatibile con stili di vita sostenibili.Un team di studiosi olandesi ha ricreato la carne in laboratorio, a partire da cellule staminali animaliI ricercatori sostengono che potrà arrivare sui mercati mondiali e sulle tavole dei cittadini, ma per far questo occorrono fondi, che invece scarseggiano. Si tratta dell’hamburger artificiale, prodotto interamente in laboratorio, a partire dalla coltura in vitro di cellule staminali animali. E mentre la scoperta è pronta a sollevare nuovi dibattiti sul rapporto tra “scienza ed etica”, i ricercatori del team fanno sapere che necessitano di altro tempo e denaro per risolvere molti problemi tecnici.
LA CARNE ARTIFICIALE RIPRODOTTA I LABORATORIO

Ha una forma e una consistenza non proprio apprezzabile e molto diversa da quella tradizionale, che invece proviene dal convenzionale processo di allevamento e macellazione. Per esempio non ha il tipico colore rosso, ma è biancastra e si presenta con una forma strana, in striscioline lunghe poco meno di 3 centimetri e dal gusto ancora indefinibile. Eppure c’è chi ritiene che la scoperta abbia un valore interessante sul piano socioeconomico, dal momento che riuscirebbe a soddisfare la crescente domanda di carne.Ma non basta, l’alimento sarà anche caro e poco accessibile, considerando che potrebbe arrivare a costare fino a 250mila euro.In assenza di regole certe, la scoperta resta nei laboratori, anche se i ricercatori sostengono che, una volta risolti i problemi tecnici e assicurata una produzione stabile, i costi scenderanno e anche il clima ne potrebbe giovare grazie alle minori emissioni di gas serra che provengono dagli allevamenti intensivi. Nonostante le buone intenzioni, la scoperta sembra comunque sostenere uno stile alimentare fortemente orientato al consumo di carne che, come evidenziano diversi studi scientifici, risulta energivoro e poco compatibile con stili di vita sostenibili.
LE COCLUSIONI A CUI E’ GIUNTA LA COFERENZA

Climate Smart Agriculture: Africa – A Call to Action, che si è tenuta a Johannesburg in Sudafrica, riportano tutt’altro tipo di esigenze rispetto a quella di assecondare la domanda di carne. La Fao e i governi africani hanno dichiarato che è quanto mai indispensabile lavorare, tenendo uniti i fondi destinati all’agricoltura e al clima, per promuovere l’adozione di un approccio climate-smart per l’agricoltura, riuscendo a far fronte all’impatto del cambiamento climatico ed alle difficoltà di accesso alle risorse naturali.Accrescere in maniera sostenibile la produttività agricola, soprattutto nelle aree rurali, e la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici sono gli obiettivi stringenti per garantire la sicurezza alimentare. La ricerca, su questo piano, deve giocare un ruolo chiave e soprattutto nei Paesi poveri proprio per trasformare in misura concreta le pratiche agricole intelligenti per il clima, che possono incrementare la fertilità del suolo, sequestrare carbonio nel suolo, gestire in maniera ottimale la risorsa idrica e favorire il mantenimento della biodiversità e quindi delle colture locali.

di Daniela Sciarra

fonte : http://www.ilcambiamento.it

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

SCUDO ARTIFICIALE AEREOSOL PER BLOCCARE IL GLOBAL WARNING

QUELLO CHE SEGUE POTREBBE SPIEGARE FINALMENTE A COSA SERVONO LE SCIE CHIMICHE

Potrebbe essere uno strumento da affiancare al taglio delle emissioni, comunque necessario. Ma prima è necessaria una cauta e accurata sperimentazione.E’ necessario sviluppare ricerche sulla possibile “geo-ingegnerizzazione” del pianeta per poter limitare, all’occorrenza, i rischi di un riscaldamento globale rapido. A sostenerlo è un gruppo di ricercatori dell’Università di Calgary, dell’Università della California a Davis, del Michigan e della Carnegie Mellon University, che in un articolo pubblicato su “Nature” sostengono la necessità della creazione di una collaborazione internazionale che eviti sperimentazioni unilaterali da parte di singole nazioni e identifichi le tecnologia con minor rischio.”La gestione della radiazione solare che può difenderci dall’impatto di un rapido e drammatico cambiamento climatico. I rischi di non condurre ricerche in proposito superao i rischi del condurle”, ha detto David Keith, primo firmatario dell’articolo.La gestione della radiazione solare (SRM, solar-radiation management) prevedrebbe il rilascio nell’alta atmosfera di migliaia di tonnellate di particelle di aerosol capaci di riflettere la luce e ridurre quindi l’assorbimento di energia da parte della Terra. In alternativa si potrebbero si potrebbero rilasciare microparticelle di sale marino, in modo da favorire la formazione di basse nubi che anch’esse rifletterebbero la luce solare.

LA SRM NON DOVREBBE SOSTITUIRSI ALLE INIZIATIVE PER LA RIDUZIONE DEI GAS SERRA

Specifica Keith, piuttosto “dobbiamo sviluppare la capacità di una SRM che sia di complemento ai tagli alle emissioni, così da gestire i rischi ambientali e politici connessi”.Gli autori propongono che i governi varino un programma di ricerca internazionale per valutare rischi e benefici, dotato di un budget che da oggi al 2020 dovrebbe passare da un finanziamento di 10 milioni di dollari a uno di un miliardo di dollari. In parallelo dovrebbero essere stabilite norme internazionali per la gestione della SRM.Le stime mostrano che la SRM potrebbe contrastare l’aumento delle temperature previste per questo secolo con un costo cento volte inferiore a quello legato al taglio delle emissioni, prosegue Keith. “Ma questo prezzo ridotto aumenta il rischio che singoli gruppi agiscano da soli.”La SRM raffredderebbe il pianeta rapidamente, contro i decenni che richiesti dal taglio dei gas serra, considerata la loro lenta decomposizione. Con la sua emissione di composti di zolfo in atmosfera, l’eruzione del Pinatubo nel 1991, ricordano i ricercatori, raffreddò il pianeta di 0,5 °C in meno di un anno.Una SRM comporterebbe comunque dei rischi, proseguono i ricercatori. Sul pianeta potrebbero esserci meno precipitazioni e una minor evaporazione, e i monsoni potrebbero indebolirsi. Alcune aree potrebbero essere più protette dai cambiamenti climatici e di altre, creando “vincitori e vinti” su scala locale.”Se il mondo si orientasse solo sulla SRM per limitare il riscaldamento globale, questi problemi alla fine porrebbero dei rischi altrettanto gravi delle emissioni non controllate”, avvertono gli studiosi.Solo dei test sul campo possono permettere di identificare le tecnologie migliori e i potenziali rischi e per questo sarebbe necessario eseguire sperimentazioni accuratamente controllate che prevedano il rilascio di tonnellate – e non di megatonnellate – di aerosol in stratosfera e la formazione di nubi basse.Se la SRM di mostrasse di essere inefficace o di porre rischi inaccettabili, sapremmo subito che si tratta di una opzione non accettabile, concludono gli autori; ma se fosse efficace, disporremmo di un’ulteriore utile strumento per limitare i danni climatici.
fonte : http://lescienze.espresso.repubblica.it

Redatto da Pjmanc: https://ilfattaccio.org

RECENTE STUDIO METTE IN DUBBIO L’EFFICACIA DEGLI ALBERI NELLA RIDUZIONE DEI GAS SERRA – ECCO PERCHE’

UNO STUDIO RIDIMENSIONEA IL BENEFICO CONTRIBUTO DEGLI ALBERI NELLA RIDUZIONE DEI GAS SERRA
Chiamando in causa i microscopici organismi che popolano il suolo e la loro pericolosa produzione di gas.La capacità delle piante di catturare anidride carbonica dall’atmosfera è sempre stata considerata un’arma efficace contro il pericoloso aumento dei gas serra.Tuttavia lo studio pubblicato su Nature da Kees Jan van Groenigen (Trinity College di Dublino), Craig Osenberg (University of Florida) e Bruce Hungate (Northern Arizona University), sottolinea come si sia trascurata un’importante conseguenza.Una più intensa attività degli alberi e la conseguente maggiore crescita, infatti, sfociano inevitabilmente in una maggiore disponibilità di nutrienti per i microorganismi che popolano il suolo. Peccato che il metabolismo di questi ultimi produca metano e protossido d’azoto, due gas serra ben più dannosi dell’anidride carbonica.I dati raccolti dai ricercatori in 49 esperimenti condotti in Europa, Nord America e Asia su foreste, zone umide, praterie e campi coltivati – comprese le risaie – hanno mostrato che questa produzione supplementare di gas serra finisce col ridurre di almeno il 16% la mitigazione del riscaldamento globale esercitata dalle piante.Un risvolto inaspettato del quale i climatologi dovranno necessariamente tener conto nel rifinire i loro scenari.

Scritto da Claudio Elidoro

fonte :  scienzainrete.it

Redatto da Pjmanc: https://ilfattaccio.org