RUSSIA – Cancella 20 miliardi di dollari dal debito dell’Africa

RUSSIA - Cancella 20 miliardi di dollari dal debito dell'Africa

LA RUSSIA HA CANCELLATO I CREDITI VANTATI SUI PAESI AFRICANI PER OLTRE 20 MILIARDI DI DOLLARI, ha dichiarato il direttore del dipartimento del ministero degli Esteri russo delle Organizzazioni Internazionali Vladimir Sergeev. Il diplomatico ha anche aggiunto che la Russia ha stanziato 50 milioni di dollari nel fondo della Banca Mondiale per i Paesi più poveri. La Russia ha cancellato i crediti vantati sui Paesi africani per oltre 20 miliardi di dollari, ha dichiarato il direttore del dipartimento del ministero degli Esteri russo delle Organizzazioni Internazionali Vladimir Sergeev. Il diplomatico ha anche aggiunto che la Russia ha stanziato 50 milioni di dollari nel fondo della Banca Mondiale per i Paesi più poveri. La maggior parte di questi soldi saranno investiti per sostenere la regione sub-sahariana. Contemporaneamente è di 100 milioni di dollari l’importo complessivo dei contributi volontari della Russia al Fondo Globale per la lotta all’AIDS, la tubercolosi e la malaria.

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Redatto da Pjmanc https://ilfattaccio.org

GOOGLE GLASS – Da oggi in vendita negli stati uniti

Google-Glass

IL PREZZO PER DIVENTARE I PRIMI TESTER DEGLI OCCHIALI INTELLIGENTI E’ DI 1500 DOLLARI (circa 1.000 euro). Ovviamente, per averli sul nostro mercato italiano occorrerà attendere.Per il momento si tratta di un test di prova. Visto il costo non propriamente accessibile a tutti. “Abbiamo capito molto quando abbiamo aperto il nostro sito un paio di settimane fa, quindi abbiamo deciso di passare a una versione beta più aperta”, si legge sulla pagina degli smartglass di Gplus. “Siamo ancora nel Programma Explorer, mentre continuiamo a migliorare il nostro hardware e software; ma a partire da oggi chiunque negli Stati Uniti potrà acquistare i Google Glass Explorer Edition”, introdotto nel 2012.Era il mese di marzo quando il gigante di Mountain View era intento ad unire le proprie forze con un altro gigante, Ray-Ban, ed altri marchi di fascia alta. L’obiettivo era quello di creare e, quindi, vendere una linea di occhiali intelligenti connessi ad Internet. La partnership con Luxottica era stata accolta da Google come un passo notevole nel mercato degli smartglasses emergenti. E i primi occhiali di questo tipo saranno in vendita nel 2015.

GoogleGlassGOOGLE STA LAVORANDO SULL’IMMAGINE DEI SUOI NUOVI DISPOSITIVI.Questi, infatti, avevano innescato alcune preoccupazioni sulla privacy in merito alla loro funzione di catturare immagini e video. Big G ha recentemente sfatato questo di affermazioni. “Se qualcuno vuole registrarvi segretamente, ci sono molte altre telecamere là fuori che si possono indossare sul viso e che si illuminano ogni volta che si dà un comando vocale o si preme un pulsante”, secondo Google.Durante la fase di test Explorer, gli sviluppatori avranno la possibilità di creare applicazioni per Google Glass con le quali ottenere le previsioni del tempo o per la condivisione di video ai giochi. Gli smartglasses si connettono ad Internet tramite Wi-Fi hotspot o, più frequentemente, possono essere connessi in modalità wireless tramite i telefoni cellulari. Immagini e video possono essere condivisi attraverso il social network Google Plus.I consumatori che vorranno cimentarsi con i Google Glass dovranno avere almeno 18 anni e sarà possibile scegliere fra varie montature. Insieme al lancio delle vendite, la società rilascerà anche un aggiornamento per rafforzare la durata della batteria, aggiungendo una nuova funzionalità di photo-sharing e altri strumenti per gli sviluppatori. L’opzione per avviare le chiamate video, invece, verrà rimossa a causa di una user experience povera e di basso utilizzo.

*Federica Vitale
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Redatto da Pjmanc: https://ilfattaccio.org

I PADRONI DEL CIBO

MULTINAZIONALI

LA TERRA E’ UNO STRANO POSTO.Se la guardate con gli occhi di Raj Patel. Le persone in sovrappeso sono un miliardo, mentre 800 milioni sono quelle che soffrono la fame. Ogni anno le multinazionali del cibo mettono sul mercato 15-20 mila nuovi prodotti alimentari, ma nei paesi in via di sviluppo è in corso un’epidemia di suicidi tra gli agricoltori che vanno in rovina per via dei mercati globali.”Per ogni dollaro speso per promuovere alimenti naturali si spendono 500 dollari per pubblicizzare junk food”, spiega Patel. Ma chi è Patel? E perché è diventato famoso? La risposta (minimalista) è: è un sociologo che si occupa del cibo, globalizzato e non, che mangiamo. Ed è egli stesso un prodotto della globalizzazione.Sua madre viene da una famiglia di impiegati pubblici del Kenya, suo padre dalle miniere delle isole Fiji. Lui è nato a Londra, ha studiato a Oxford, ha lavorato alla Banca mondiale e al Fondo monetario di Washington, esperienza che lo ha trasformato in uno dei più agguerriti critici delle due organizzazioni. Un uomo che conosce l’universo mondo, compresi i sapori e i profumi di quel che si mangia.Oggi Patel insegna a Berkeley, in California, e il libro che ha pubblicato, ‘Stuffed & Starved’ (rimpinzati e affamati), in uscita in Italia da Feltrinelli con il titolo ‘I padroni del cibo’, è un bestseller, ed è diventato un testo chiave, lodatissimo anche da Naomi Klein, per tutti quelli che indagano su che cosa sta succedendo al cibo che mangiamo. O meglio, per tutti coloro che sono convinti che è il cibo la chiave del potere (economico, culturale, politico) nel XXI secolo.

AgricolturaL’INTUIZIONE CHE HA PORTATO PATEL A UN TALE SUCCESSO E’ SEMPLICE.Il peccato capitale della nostra economia è avere dimenticato che il cibo non è una merce come le altre . Il cibo è prima di tutto cultura, e lo è per diverse ragioni tutte ugualmente importanti: perché al cibo sono legate tradizioni culinarie antiche, sapori e odori che fanno parte del sentire collettivo, dell’identità e della geografia stessa, ma anche perché l’agricoltura è il necessario complemento di questa tradizione e rappresenta il motore fondamentale delle economie regionali, specie nei paesi poveri.Già il movimento dei no global, di cui Patel fa parte, fino dagli esordi, aveva provato a lanciare questa operazione culturale alla fine degli anni Novanta. Quel movimento, in Occidente, è stato spazzato via dall’11 settembre, dopo una fiammata tra il 1999 e il 2001, da Seattle a Genova. Ma quelle idee hanno continuato a scavare, e in questi ultimi anni la discussione sul ruolo del cibo ha assunto importanza centrale.E non si tratta solo di militanti. Per capire il ruolo che il cibo, dalla sua produzione e fino al nostro modo di stare a tavola, ha assunto nel nostro immaginario, basti citare alcuni film di questi anni: da ‘Supersize Me’, denuncia del fast food di Morgan Spurlock, a ‘Sideways’ di Alexander Payne in cui fare e gustare lentamente il vino è associato all’idea dell’amicizia, a ‘Couscus’ di Abdel Kechiche dove l’ottima cucina rende possibile l’integrazione di una famiglia di immigrati in una cittadina francese in crisi.

fast_foodE POI CI SONO I LIBRI DENUNCIA.Nel 2001 fece scandalo Eric Schlosser con il suo ‘The Fast Food Nation’, che metteva a nudo le miserie delle grandi catene di ristorazione americane. Poi Paul Roberts, con ‘The End of Food’, ha svolto un’inchiesta sulla fragilità della catena produttiva che porta cibo scadente sulle nostre tavole. Michael Pollan (’In Defence of Food: An Eater Manifesto’) si è scagliato contro una cultura alimentare più attenta alla chimica che alla qualità. E Taras Grescoe, in ‘BottomFeeder’, ha raccontato la crisi ecologica del pesce negli oceani.La novità è che Patel mette insieme tutti i pezzi di questo mosaico in una visione unitaria che comprende gli affamati del Terzo mondo e gli obesi di casa nostra, cercando di capire che cosa è andato storto in un mondo in cui la tecnologia potrebbe consentire a tutti di mangiare decentemente e di mantenere la propria identitàl libro di Patel è stato al centro dell’attenzione anche perché ha previsto con anticipo l’aumento dei prezzi degli alimenti dell’inverno scorso. Quell’evento ha indotto molti economisti a ripescare le previsioni catastrofiste di Thomas Malthus sulla possibilità che la produzione di cibo non fosse in grado di tenere il passo della crescita demografica. Malthus scrisse il ‘Saggio sul principio della popolazione’ 210 anni fa e nel frattempo tutti hanno pensato che quel suo testo fosse stato superato dall’innovazione tecnologica e dalla rivoluzione dei trasporti.E invece, all’inizio del XXI secolo, eccolo tornare alla ribalta come il tema centrale dell’umanità. Patel ci rassicura: Malthus aveva torto. Il cibo non manca, a soffrire di fame sono i poveri che non possono procurarselo, dice, ma per affrontare la questione della miseria bisogna incoraggiare i governi a difendere l’agricoltura anziché obbligarli a distruggerla. Per farlo basterebbe invertire le priorità: capire che il libero mercato dei prodotti alimentari è “una menzogna che ci viene venduta per ragioni propagandistiche”.

povertàIN REALTA’ NEGLI STATI UNITI E IN EUROPA.Le grandi aziende agricole hanno accesso a enormi sussidi da parte dello Stato. Così, quando la Banca mondiale e la World trade organization obbligano i Paesi poveri a liberalizzare i loro mercati, intere culture e modi di vita vengono spazzati via. A maggio Patel, nel corso di un’audizione al Congresso Usa, ha definito lapolitica della Banca mondiale “ignominiosa”. E ha ricordato il caso del Ghana, dove negli anni ‘90 la produzione di riso copriva l’80 per cento dei consumi interni e quella di pollame il 95 per cento. Dopo la liberalizzazione imposta dalla Banca mondiale le produzioni locali sono crollate rispettivamente al 20 e all’11 per cento.E qui si arriva all’altro corno del dilemma: se ci sono tanti affamati, come mai ci sono anche tanti obesi? Semplice, perché la politica che porta una parte del mondo alla fame è nata nell’unico paese dell’universo, gli Usa, che non ha una tradizione alimentare e considera un’assurdità passare troppo tempo a tavola.

obesoSI E’ INSOMMA OBESI PER MANCANZA DI CULTURA.Di identità, perché si ignorano quei gusti che altrove sono l’espressione del territorio e della geografia. Oltre un terzo degli americani non ha la più pallida idea della provenienza di ciò che mangia. Il 20 per cento delle decine di milioni che ogni giorno si nutrono di fast food lo consumano in automobile. Quella cultura ha fatto proseliti e nel mondo la grande M della McDonald’s è oggi un simbolo più conosciuto della croce cristiana.Fame e obesità sono due fenomeni contigui e persino negli Stati Uniti questa prossimità è evidente. Qui ci sono 35 milioni di persone che talvolta nel corso dell’anno non hanno i soldi per comprarsi da mangiare. Ma in maggioranza sono obese, perché quando hanno i soldi si nutrono di alimenti di scarsa qualità: “E questo accade perché sono subornati da una cultura alimentare che incoraggia a mangiare cibo dannoso, che provoca diabete e malattie cardiache”. Le quattro maggiori multinazionali dell’alimentazione controllano il 50 per cento del mercato alimentare. La sola Unilever controlla il 90 per cento del mercato mondiale del tè.Patel ricompone in un’unica logica le battaglie diVandana Shiva, la militante indiana che non vuole cedere alle multinazionali la sovranità sulle sementi, e quelle di Carlo Petrini, il fondatore dello Slow Food che invoca il controllo delle comunità locali sulla qualità del cibo. Sono passati 20 anni da quando il Nobel Amartya Sen pubblicò il suo memorabile saggio su ‘Libertà e cibo’, sostenendo, contro i liberisti alla Milton Friedman, che la possibilità di procurarsi alimenti decenti va considerata una delle libertà fondamentali dell’uomo. Allora Sen parlava del Terzo mondo. All’inizio del nostro secolo la battaglia economica e culturale per il cibo ci riguarda tutti.

 

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio

LA CINA “SI COMPRA” LA COSTA RICA – Per 1,5 miliardi di dollari

 

CONTINUA SENZA SOSTA LO “SHOPPING”COLONIALE DELLA CINA

Dopo l’Africa, a far gola alla famelica tigre asiatica sono i paesi del Sud America, in particolare la Costa Rica.Il prezzo d’acquisto concordato tra Xi Jinping, il presidente cinese, e Laura Chinchilla Miranda è stato di 1,5 miliardi di dollari.L’accordo tra i due capi di stato prevede nove accordi di cooperazione che fornirà alla Costa Rica le risorse per migliorare strade, trasporto pubblico, installazione di pannelli solari e la costruzione di una nuova scuola di polizia.La Cina offrirà tutto questo in cambio dello sfruttamento della raffineria petrolifera di Porto Limon, un vecchio impianto che attualmente raffina circa 18000 mila barili di greggio, ma che con la ristrutturazione cinese potrebbe arrivare a 65000.L’accordo prevede anche la ratificazione del protocollo sanitario della Costa Rica che consentirà l’esportazione di carne di maiale in Cina. Inoltre, Dos Pinos, uno dei più grande produttori caseari del paese sudamericano ha annunciato che grazie al protocollo sarà possibile aumentare sensibilmente l’esportazione di latte fresco e pastorizzato.In ultimo, la presidente costaricana ha annunciato procedure più flessibili per il rilascio dei visti a favore dei cittadini cinesi in viaggio per la Costa Rica, per aumentare il numero dei turisti provenienti dalla Cina.

 

turisti cinesiLA CINA CONTA PIU’ DI 100 MILIONI DI TURISTI CHE VIAGGIANO OGNI ANNO IN TUTTO IL MONDO

E se la Costa Rica riuscisse a portare almeno 500 mila di questi nei propri confini, le strutture alberghiere vedrebbero un incremento del 25% delle visite annuali.Non solo. Il ministro degli esteri Enrique Castillo ha spiegato che le procedure necessarie per il trasferimento definitivo di cittadini cinesi in Costa Rica per motivi di lavoro saranno rese molto più rapide grazie ad uno snellimento della burocrazie nei consolati di Pechino e Shanghai.Insomma, un progetto di ampio respiro che però non convince buona parte degli osservatori nazionali e internazionali. Come scrive il Costarican Times, l’impressione è che la presidente Chinchilla Miranda abbia venduto l’anima della Costa Rica al ‘diavolo’ cinese.Non è mistero che la Cina sia impegnata in un’accorata campagna acquisti che dovrebbe consentirgli una sopravvivenza serena nei prossimi decenni. Grazie all’enorme liquida accumulata negli ultimi anni, la Cina ha inaugurato un nuovo tipo di ‘colonialismo’, non basato sulla conquista armata dei territori che interessano, ma acquistandoli.

 

A FAR GOLA ALLA CINA E’ SOPRATUTTO IL PETROLIOchina-africa

necessario per sostenere l’elevato tasso di sviluppo dell’economia della ‘Tigre Asiatica’, e terra, tanta terra, ovvero spazio vitale per consentire la moltiplicazione dell’etnia asiatica.Tra i recenti acquisti territoriali della Cina c’è l’Angola, Africa, dove gli imprenditori cinesi stanno costruendo vere e proprie città nel deserto già predisposte ad ospitare orde di emigranti cinesi in cerca di fortuna.Come riporta il Daily Mail, numerose “Chinatown” stanno nascendo in tutta l’Africa, dalla Nigeria alla Guinea equatoriale, nel Ciad, nel Sudan, ma anche in Zambia, Zimbawe e Mozambico. Insomma, la Cina considera il continente nero un investimento cruciale per il futuro, stringendo una vera e propria morsa sul continente dal sapore “neocoloniale” che in futuro potrebbe fare dell’Africa un continente satellite.

 

 recopeLA COSTA RICA HA LA RAFFINERIA DI PUERTO LIMON

impianto di proprietà della Recope, che fa gola alla famelica tigre.La Recope iniziò la costruzione del suo impianto per la raffinazione del petrolio nel 1963, nel sito di Moín (in provincia di Limón, nell’est del paese) e quattro anni più tardi questo venne completato.L’opera venne accompagnata dalla costruzione di un oleodotto che mette in collegamento la raffineria a San José, attraverso il terminale di distribuzione di Ochomogo.La capacità di raffinamento è pari a 18000 barili giornalieri, ma nelle intenzioni della Cina questo numero è destinato ad arrivare a 65000.Questo è il dato che più preoccupa i detrattori dell’accordo, dato che il governo della Costa Rica, a dispetto di quanto aveva annunciato nel suo programma, ha tutt’altro che un anima ‘verde’.L’aumento della produzione di benzina potrebbe avere conseguenze disastrose sull’ecosistema costaricano, dato che significherebbe un aumento notevoli di navi in transito da e per la Cina. Quali sarebbero le conseguenze di una fuoriuscita di greggio a seguito di un incidente ad una di queste navi petroliere? I turisti cinesi vorrebbero ancora soggiornare sulle spiagge costaricane insozzate da petrolio?Ma le critiche vengono dai politici di opposizione, secondo i quali sarebbe stato più saggio investire nella ricerca di fonti di energie alternative, piuttosto che incrementare la produzione di carburanti di origine fossile e aprire le porte ad un ‘socio’ particolarmente famelico come la Cina.

 

MA IL GOVERNO SI DIFENDEdollari

L’accordo porterà ricchezza e prosperità alla Costa Rica e se ci dovesse essere una fuoriuscita di greggio, vorrà dire che i turisti verranno dirottati sulla costa che affaccia sull’Oceano Pacifico!Il pragmatismo e il cinismo di questa classe dirigente è davvero terrificante. Ma in fin dei conti, cosa è mai il benessere dei cittadini e dell’ambiente rispetto al profitto e al successo: come afferma malignamente il Costarican Times, anche la Chinchilla Miranda, come alcuni degli ex presidenti della Costa Rica, riceverà alla fine del suo mandato una bella villa per il pensionamento, acquistata e finanziata dalla Cina.

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 Redatto da Pjmanc: https://ilfattaccio.org

 

ECUADOR – La guerra indigena al petrolio

SONO PRONTI A COMBATTERE CON LE CERBOTTANE CONTRO LE ARMI DA FUOCO

I 400 indigeni della tribù Kitchwa vivono bel cuore del Parco Nazionale delle Yasuni, in Ecuador, che la Chevron Oil si prepara a invadere. La compagnia mira a mettere le mani sui 70 mila ettari di foresta pluviale, dove sono state identificate risreve petrolifere per un valore di 7,2 milioni di dollari. “Combatteremo fino alla morte. Ognuno di noi difenderà il proprio territorio” sostengono gli indigeni”.La comunità ha deciso di rifiutare un’offerta della compagnia petrolifera perché preoccupata per gli effetti a lungo termine dell’attività estrattiva sull’ambiente. Di recente, inoltre, si è saputo che il capovillaggio, senza alcuna autorizzazione, avrebbe firmato per conto suo un contratto che dava il via libera alle prospezioni. Il documento lascia cadere tutte le precedenti offerte di costruire una nuova scuola e garantire agli abitanti del villaggio l’assistenza sanitaria e prevede un indennizzo di appena 40 dollari per ettaro. Ma più dell’80 per cento degli indigeni è contrario alle ricerche petrolifere e pronto a battersi con le armi per salvare paesaggi che ricordano il pianeta “Pandora” di “Avatar”.

SE CI SARA’ UNO SCONTRO FISICO

ammette lo sciamano Patricio Jipa- finirà certamente in tragedia, Noi possiamo solo morire per difendere la foresta. Preferiremmo la resistenza passiva, ma in questo caso non è più possibile. Non saremo noi a iniziare, ma tenteremo di fermarli e poi accadrà quel che deve accadere.L’Equador è l’unico paese del mondo a riconoscere il valore giuridico della natura nella propria costituzione. Ma la pressione degli interessi economici si fa sempre più forte, e pochi hanno ascoltato l’appello del governo equadoregno a sostenere finanziariamente il parco dello Yasuni per evitare le esplorazioni petrolifere. Che ora sono puntualmente arrivate.Nel Paraco dello Yasuni vivono anche comunità indigene mai contattate, come le tribù dei Tagaeri e dei Taromenane, che hanno combattuto taglialegna illegali e missionari con le loro cerbottane, per proteggere la loro foresta e la loro cultura.

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