25 MILIONI DI EURO PER UN SERVIZIO DI REPORT
Questo il risarcimento danni chiesto dall’Eni a Milena Gabanelli, la conduttrice del celebre programma di Rai 3, accusata di aver danneggiato l’immagine della società durante una puntata del suo programma. Ma la giornalista non teme il colosso dell’energia e difende durante un’intervista al Corriere della Sera il diritto di fare inchieste in un Paese civile.Nell’atto di citazione della conduttrice di Report si parla di “incredibile attacco ad Eni” che non si sarebbe fermato solo al servizio andato in onda (dal titolo “Ritardi con Eni”) ma sarebbe andato avanti anche dopo, quando la Gabanelli in una intervista rilasciata a Sette avrebbe accusato i vertici di Eni di non aver voluto “parlare con noi”. Inoltre, precisa la Gabanelli, c’è molta differenza tra lettere minatorie ed intimidatorie: “L’incredibile attacco a Eni, peraltro, non si è arrestato (…) quando è andato in onda il servizio ‘Ritardi con Eni’, ma è proseguito con la dott.ssa Gabanelli ancora protagonista (…) dichiarando in una intervista rilasciata al Corriere della Sera Sette (…) che l’inchiesta più difficile è stata ‘quella su Eni, perché nessun diretto interessato ha voluto parlare con noi. Per un’azienda dove il maggior azionista è lo Stato, dovrebbe esserci più disponibilità a un confronto critico. Inoltre perché, per una settimana, ho ricevuto quotidianamente lettere minatorie’” si legge sul Corriere. E nell’intervista su Sette la giornalista avrebbe parlato di “lettere intimidatorie”, non minatorie.
Soprattutto se si pensa che il maggior azionista dell’azienda è lo Stato, che non parla alla Tv di Stato. Per questo, secondo la giornalista “dovrebbe esserci più disponibilità a un confronto critico”. Ecco il video della discordia, andato in onda il 16 dicembre 2012:A seguito dell’inchiesta condotta da Report, la Gabanelli e l’autore del servizio Paolo Mondani sarebbero stati accusati di aver danneggiato l’immagine della società. Per questo la giornalista si chiede: “È normale che una compagnia indagata insieme al suo amministratore delegato per corruzione relativamente ai 197 milioni di tangenti pagati in Algeria, un’azienda che ha patteggiato nel 2012 con la Sec e il dipartimento della giustizia americana 365 milioni per corruzione, e questo sì lede l’immagine di un’impresa controllata dallo Stato, voglia trascinare in tribunale la tivù pubblica per aver raccontato fatti sui quali nessuno dei vertici ha voluto accettare un confronto?”. Sembra infatti che Eni non abbia voglia di replicare se non con domande scritte.Ad essere stata posta sotto l’occhio dei riflettori da Report sarebbe stata la gestione di Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni. Quest’ultimo “dal 2002 è stato ininterrottamente ai vertici delle due più grandi imprese a controllo pubblico. Non è doveroso che la Rai tenga un faro acceso, tanto più in un Paese nel quale le maggiori aziende pubbliche sono coinvolte in grossi guai giudiziari?” sottolinea la Gabanelli.
AGGIORNAMENTO: Non si è fatta attendere sul web la petizione da firmare per salvare Report e la Gabenelli. Per sottoscriverla clicca qui
VIDEO
*Francesca Mancuso
>Fonte<
Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org
USA-IL WALL STREET JOURNAL AFFERMA CHE LA JOHNSON & JOHNSON
Potrebbe essere costretta ad un risarcimento di circa un miliardo di dollari per risolvere l’indagine del governo sulla commercializzazione del Risperdal.Questo sarebbe il terzo più grande risarcimento per il marketing illegale di psicofarmaci in una causa tra un colosso farmaceutico e il governo degli Stati Uniti; solo Pfizer ed Eli Lilly ne hanno pagati di maggiori.All’inizio di questa settimana, la J&J ha svelato alla Commissione per i Titoli e gli Scambi di aver accantonato una somma non meglio specificata per coprire un potenziale risarcimento sul Risperdal.
LA SOCIETA’ AVEVA GIA’ MESSO DA PARTE
circa 1,4 miliardi di dollari dei guadagni del primo trimestre per coprire spese legali.Il Wall Street Journal afferma che i funzionari della J&J erano sorpresi che i pubblici ministeri stessero insistendo per un risarcimento così elevato. In verità i pubblici ministeri stanno cercando di ottenere il risarcimento per le accuse di marketing illecito del Risperdal, usando come parametro di riferimento la causa della Lilly che ha pagato 1,4 miliardi di dollari per risolvere l’indagine sullo Zyprexa. La differenza tra i due sta nel fatto che le presunte violazioni della Lilly, erano continuate per un periodo più lungo. Particolari accuse contro J & J non sono state rese note.
By Archimede
fonte : http://www.laleva.org
Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org
LA COCA-COLA DEVE RISARCIRE 2,6 MILIARDI DI RUPIE
(oltre 352 milioni di euro) per i danni ambientali e alla salute provocati presso il suo impianto di imbottigliamento di Plachimada, nello stato del Kerala (India meridionale). A questa conclusione è giunta una commissione di inchiesta voluta dal governo dello stato indiano, presieduta da un autorevole magistrato e composta da esperti indipendenti, che ieri hanno illustrato il loro rapporto. La notizia è stata ripresa ieri con un certo scalpore dai maggiori media internazionali – anche perché il governo del Kerala ha accettato e fatto proprie le conclusioni dell’inchiesta, compresa la richiesta di risarcimenti. Per la verità quella di Plachimada, località rurale nel distretto di Palakkad, nello stato del Kerala, è una vecchia storia. Qui la Coca-Cola aveva aperto nel 2000 uno stabilimento per imbottigliare le sue bibite gassate con licenza del locala panchayat, il consiglio elettivo di villaggio. Poi però è risultato che pompava 1,5 milioni di litri al giorno da sei pozzi. In breve, Plachimada e i villaggi circostanti sono rimasti all’asciutto, i pozzi pubblici di acqua potabile erano prosciugati, l’acqua per l’agricoltura scomparsa. Nel 2003 dunque il panchayat non ha rinnovato la licenza. La Coca-Cola ha fatto ricorso.
E’ COMINCIATA COSI’ UNA BATTAGLIA POPOLARE
finita in un lungo «assedio» di massa allo stabilimento. Alla fine del 2003 una sentenza della High Court (l’Alta corte statale) del Kerala ha dato ragione al panchayat di Plachimada: diceva che lo stato ha «il dovere legale di protegge le risorse naturali. Queste risorse intese per l’uso e il beneficio pubblico non possono essere convertite in proprietà privata». Nel febbraio del 2004 il governo del Kerala ha dunque chiuso lo stabilimento. La storia non è finita, però, perché la multinazionale delle bibite e l’ente locale di Plachimata hanno continuato a combattersi in corsi e ricorsi legali. Ecco che ora arrivano le conclusioni dell’inchiesta voluta dallo stato del Kerala. La commissione di esperti – legali, ambientali, esperti in salute pubblica e in gestione idrica – ha disegnato un pesante quadro di «danni multi-settoriali». La Coca-Cola Company, afferma, «ha causato degrado ambientale con il sovrasfruttamento della falda idrica e l’irresponsabile pratica di disperdere i reflui». Già: tra il 1999 e il 2004 la compagnia ha sparso i reflui dello stabilimento nei terreni circostanti, spesso distribuiti agli agricoltori locali come compost. «Le risorse idriche della zona sono state minate e si è creata scarsità d’acqua», conclude l’inchiesta. Non solo: «Presentando i reflui come concime, la Compagnia non solo ha ingannato gli agricoltori ma si è resa responsabile del degrado dei suoli, la contaminazione dell’acqua e le conseguenti perdite nel settore agricolo». Nota la commissione d’inchiesta che la zona ha registrato un costante declino della produzione agricola. Che metalli tossici come cadmio, piombo e cromo sono stati rilevati in quei reflui contrabbandati come «concime», con conseguenti danni alla salute della popolazione. Acqua e terreni sono risultati contaminati. L’acqua potabile è diventata scarsa e le donne dei villaggi devono camminare lunghe distanze per procurarsela, a scapito dei lavori con cui si procuravano un reddito. La commisisone d’inchiesta conclude con una raccomandazione: di non accordare alla compagnia il permesso di riprendere le operaaioni in quella zona ormai in preda alla siccità.
fonte : http://www.ilmanifesto.it
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio