IL LIEVITO MADRE NATURALE – Buono come il pane

FARE IL PANE CON IL LIEVITO NATURALE E’ DIVERTENTE E FACILE

Il prodotto che ne risulta è più digeribile e rimane buono per parecchi giorni, molto di più di quello industria.
Occorrente:
1 vasetto di vetro con coperchio (possibilmente da 500 ml)
50 gr. di uvetta secca
farina biologica (potete sperimentare con tutte le farine che contengono glutine: farro, grano, spelta, segale). L’uvetta e le farine bio contengono ancora fermenti e lieviti naturali che aiutano nella lievitazione che andremo a fare. Le farine integrali lievitano meno, quindi le prime volte provate ad usare le farine raffinate.

PROCEDIMENTOpastamadre

Mettete l’uvetta secca nel vaso di vetro e coprirla di acqua naturale e chiudete il coperchio per bene. Lasciate riposare per 5 giorni. Una volta al giorno scuotete il vasetto di vetro, apritelo (al terzo giorno comincerà a fermentare) e poi richiudetelo fino al giorno dopo. Al quinto giorno, filtrate il liquido con un colino e tenetelo da parte (dovrebbe somigliare ad un vinello frizzante). L’uvetta è di scarto potete metterla nel compost.Misurate mezza tazza di liquido ottenuto e mescolatelo a una di tazza di farina, fate riposare circa 3 ore nel vasetto di vetro senza chiudere il coperchio completamente, lasciando che il lievito respiri. Questa è la prima fase del lievito naturale. Dopo le 3 ore noterete che l’impasto è raddoppiato di volume (anche triplicato) e che sulla superficie ci sono molte bollicine. Il lievito madre è pronto per essere usato.Potete conservare il lievito in frigorifero nel contenitore già usato, avendo l’accortezza di rinfrescarlo o di fare il pane una volta a settimana. Ricordatevi di lasciare il coperchio del contenitore solo appoggiato, di modo che il lievito respiri sempre.

Fonte : http://www.viviconsapevole.it
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org

BIOPLASTICA – Dagli scarti del pane

NELLA PRODUZIONE DEI PRODOTTI DA FORNO

Vi è sempre una parte di scarto, la quale viene destinata in parte alla nutrizione degli animali e il resto è rifiuto di scarto.Ma riutilizzare questa parte destinata ai rifiuti si può e il progetto è stato realizzato da Technology Center (Cetece) di Palencia, azienda che è stata in grado di ottenere un polimero biodegradabile per poter fabbricare contenitori di plastica.Questo progetto parte dall’esigenza di riqualificare le aziende in questo settore, riducendo al minimo gli sprechi e rispettando in tal modo l’ambiente.Al progetto hanno preso parte quattro centri di ricerca europei che si pongono l’obiettivo d’ identificare i rifiuti delle aziende che producono prodotti alimentari di cottura, per ottimizzare al meglio gli sprechi e ottenendo dalla fermentazione l’acido lattico che permette la produzione di bioplastica (PLA).Grandi risultati sono stati ottenuti fin ora e gli studi proseguono a pieno ritmo.

tratto da : ambientebio.it

Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org

PANE – NEI SUPERMERCATI IL PANE ARRIVA DAI PAESI DELL’ EST !

QUASI UN QUARTO DEL PANE CONFEZIONATO VENDUTO NEI SUPERMERCATI ITALIANI PROVIENE DAI PAESI DELL’EST

Qualcuno lo prepara in casa, altri si rivolgono al panettiere di fiducia, in tantissimi lo acquistano al supermercato. Nei punti vendita della grande distribuzione il prezzo del pane è infatti inferiore rispetto a quello dei panini artigianali che si trovano nelle panetterie.Ma a cosa è dovuta questa differenza (in molti casi considerevole) di costo? Quasi un quarto del pane confezionato venduto nei supermercati italiani proviene dai Paesi dell’est ed in particolare dalla Romania. Essendo preimpastati e surgelati, i panini rumeni costano meno della metà di quelli nostrani e durano di più, anche fino a due anni. È sufficiente una rapida cottura e il pane precotto è pronto per essere mangiato.
A FAR LUCE SUL FENOMENO DELLO SFILATINO MADE IN ROMANIA

E’ un’inchiesta realizzata da La Repubblica che rivela che il pane (soprattutto baguette) prodotto in Romania e altri paesi dell’Est (Bulgaria, Ungheria, Moldavia) non supera i due euro al chilo: meno della metà di quello in vendita nei nostri panifici (4-5 euro).Ogni anno vengono prodotti 4 milioni di chili di pane surgelato a lunghissima conservazione (24 mesi) nella sola Romania. Qui il fabbisogno nazionale è basso e quindi più della metà del pane prodotto viene esportato, in particolare in Italia. E in tempi di crisi, il pane rumeno venduto a prezzi altamente concorrenziali viene acquistato da molti cittadini italiani.Quali sono però le conseguenze di questa tendenza? Il problema è che in Italia non c’è l’obbligo di scrivere sull’etichetta la provenienza del prodotto pane; il consumatore non sa dunque che quello che compra non è un prodotto italiano. A lanciare l’allarme è stato Luca Vecchiato, presidente nazionale di Federpanificatori, che sottolinea come l’ingiustizia stia nel fatto che il consumatore non sa cosa acquista: sull’etichetta della grande distribuzione viene indicato il luogo in cui pagnotte e sfilatini sono stati riscaldati, ma non dove sono stati sfornati. Secondo Vecchiato dunque è necessario controllare la filiera come accade per la carne o il latte.
OGGI SPESSO I CONSUMATORI MASTICANO QUALCOSA CHE ASSOMIGLIA AD UN PRODOTTO GOMMOSO E PRIVO DI SAPORE

Spiega l’ Associazione per i diritti degli utenti e consumatori. Secondo Aduc la bontà del pane è data dalla qualità del prodotto base, cioè la farina, dall’acqua e dal lievito, nonché dalla macinazione, dalla lievitazione e dalla cottura.“Una farina con scarso glutine è di minore qualità, il lievito può essere chimico e può lasciare un sapore sgradevole al pane, l’acqua di pianura può contenere residui chimici che interferiscono con il gusto, il macinato dovrebbe essere lasciato maturare per un mese ma viene trattato con ‘maturanti’ chimici che ne diminuiscono la qualità, la lievitazione forzata dà luogo a odori sgradevoli, una cattiva cottura produce un pane di color chiaro decisamente meno saporito di uno scuro. Insomma tutti questi elementi contribuiscono o meno alla qualità del nostro ‘pane quotidiano’”.Secondo l’associazione sarebbe indispensabile fornire al consumatore le informazioni per scegliere. Aduc spiega ad esempio che con W si indica la qualità della farina che per un buon pane dovrebbe essere superiore al numero 350. “Per un Paese che mira alla valorizzazione dei prodotti tipici queste notizie dovrebbero essere del tutto normali. Purtroppo ancora non lo sono”.In mancanza di informazioni esaurienti e per chi vuole ridurre i consumi, un consiglio generale è quello di preparare in casa il pane che si porta in tavola: tutto ciò che si riesce ad auto-produrre in casa, infatti, costa di meno a fronte di una maggiore qualità e gusto.

fonte : http://www.ilcambiamento.it

Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio