A INAUGURARE LA SPECIALE PASSERELLA NEL CIELO
E’ la C/2012 K5 Linear ben visibile e, grazie alla vicinanza alla Terra più brillante nei primi giorni dell’anno. In primavera il testimone passerà a Panstarrs, il cui nome deriva dal telescopio che l’ha scoperta. Sarà visibile dal 10 al 24 marzo prossimi.Il 2013 sarà l’anno delle comete. La più spettacolare illuminerà il cielo da ottobre a gennaio 2014. Prende il nome dal telescopio grazie al quale è stata individuata – l’International scientific optical network (Ison) – da due astronomi dilettanti, che l’hanno scovata lo scorso settembre oltre il gigante gassoso Giove. Proviene dalla culla delle comete, la nube di Oort, una cintura di oggetti cosmici ghiacciati ai confini del sistema solare. Secondo gli astronomi, potrebbe essere la più bella cometa degli ultimi 100 anni, ben visibile in pieno giorno e persino più luminosa della stessa luna piena. Unico ostacolo: riuscire a sopravvivere all’incontro “ravvicinato” col Sole, meno di due milioni di chilometri, che rischia di frantumarla.
POTREBBE DIVENTARE MOLTO LUMINOSA
Spiega all’Ansa l’astrofisico Gianluca Masi, curatore scientifico del Planetario di Roma e responsabile del Virtual Telescope – in prossimità del suo massimo avvicinamento al Sole, a fine novembre 2013, quando arriverà a soli 1,5 milioni di chilometri dalla nostra stella”. Nel mese di dicembre, in particolare, la cometa sarà ben visibile dall’emisfero Nord, diventando l’assoluta protagonista del Natale del prossimo anno. Poi la sua luminosità inizierà gradualmente a diminuire. A differenza della più famosa cometa di Halley, Ison non è una cometa periodica e non è mai passata dalle nostre parti. È importante dal punto di vista scientifico perché porta con sé le molecole originarie del sistema solare, molte di natura organica, mai evaporate a differenza delle altre comete che le hanno ormai perse durante il loro peregrinare cosmico. Proprio per questa sua peculiare caratteristica i principali telescopi del mondo hanno già programmato di puntare i loro sofisticati occhi per ammirare la sua luminescente coda e analizzarne la composizione chimica. Ma Ison non sarà sola. Altre due comete la precederanno. A inaugurare la speciale passerella è la C/2012 K5 Linear, luminosa e ben visibile, con l’aiuto di un piccolo binocolo, già dal mese scorso e, grazie alla vicinanza alla Terra, ancora più brillante nei primi giorni dell’anno. In primavera il testimone passerà a Panstarrs, il cui nome, come per Ison, deriva dal telescopio che l’ha scoperta, un osservatorio situato nelle isole Hawaii. Sarà visibile dal 10 al 24 marzo prossimi. ”Passerà a circa 50 milioni di chilometri dalla Terra”, sottolinea Masi. Una distanza pari a un terzo di quella che in media separa la Terra dal Sole.
NEL 2013 DARANNO SPETTACOLO ANCHE DUE ASTEROIDI
Il primo, del diametro approssimativo di 300 metri, è atteso il 9 gennaio, quando passerà a circa 15 milioni di chilometri dalla Terra. Si tratta dell’asteroide Apophis, già noto alle cronache perché il suo passaggio ravvicinato del 2036 è ritenuto dagli astronomi potenzialmente a rischio d’impatto con la Terra. ”Sarà un appuntamento molto interessante dal punto di vista scientifico – osserva Masi – perché aiuterà gli astronomi a calcolare la distanza con cui questo asteroide passerà nuovamente vicino alla Terra nel 2036”. Apophis tornerà anche nel 2029, a una distanza di sicurezza di 35.000 chilometri dal nostro pianeta. Il 15 febbraio, invece, transiterà vicino alla Terra, a poco più di 30.000 chilometri, l’asteroide 2012 DA14, del diametro di circa 50 metri. Attese quest’anno anche due eclissi parziali di Luna. La prima, tradizionale, è prevista il 25 aprile. La successiva, in calendario il 19 ottobre, sarà, invece, una cosiddetta eclissi di penombra. La Luna, infatti, attraverserà un cono d’ombra proiettato dalla Terra nello spazio a causa della sua atmosfera.
di – Davide Patitucci
Fonte : http://www.ilfattoquotidiano.it
Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org
NIENTE PIU’ API – NIENTE PIU’ UMANITA’
Slogan efficace… ma davvero è di Einstein?L’abbiamo certamente risentita poco tempo fa: la nota affermazione di Einstein, “Se l’ape scomparisse dalla faccia della Terra, all’uomo non resterebbero più di quattro anni di vita”. Parole memorabili, che sempre si citano parlando del grave problema della sopravvivenza degli insetti impollinatori: ma con tutta probabilità non fu Einstein a pronunciarle.Numerose ricerche sono state condotte sugli scritti dello scienziato, ma nessuna traccia della famosa affermazione sulle api e sul destino dell’umanità e mai stata trovata. Il padre della teoria della Relatività morì nel 1955, ma questa citazione gliela si attribuisce per la prima volta, a quanto pare, solo nel 1994: precisamente, la si trova in alcuni pamphlet siglati dall’Union Nationale de l’Apiculture Français, che allora protestava a Bruxelles riguardo le regole per l’importazione del miele dai Paesi extracomunitari, temendo di soccombere di fronte alla concorrenza.
NIENTE PIU’ APICOLTORI IN EUROPA
Niente più api, niente più impollinazione, niente più piante… niente più umanità: uno slogan efficace, che però avrebbe avuto più forza se messo in bocca a una personalità illustre e conosciuta ovunque come quella di Albert Einstein – che peraltro era un fisico e non un biologo, né un entomologo.La storia di Einstein e delle api viene citata tutte le volte che si parla della drastica diminuzione di imenotteri in alcune zone del mondo.Una frase molto forte, un padre ben noto: ed ecco che da qualche anno la storia di Einstein e delle api viene citata tutte le volte che si parla di un fatto davvero serio, quello della drastica diminuzione della popolazione di imenotteri in alcune zone del mondo.Il problema, però, non sta tanto nell’attribuzione errata di una paternità. La citazione contiene quello che è un eterno vizio dei media: la previsione catastrofica, lo spauracchio della scomparsa dell’umanità intera, rapida e inarrestabile.Qualcosa che serve ai titolisti dei giornali per catturare l’attenzione, agli attivisti per perorare la propria causa, e all’opinione pubblica per avere qualcosa di cui parlare e preoccuparsi. Ma per un lasso di tempo incredibilmente breve: ormai siamo talmente assuefatti al catastrofismo che messaggi del genere ci fanno poco effetto, e siamo pronti a smettere di occuparci di un problema non appena l’allarme si alza su un altro.
NON SOLO GRIDARE CONTINUAMENTE AL LUPO
Senza che poi il disastro previsto si avveri, nel lungo periodo fa calare l’attenzione per questioni che in realtà continuano a essere gravi. Induce a credere che gli ecologisti siano gente che abbaia per nulla, fanatici sostanzialmente inaffidabili: e questo, sì, è davvero catastrofico in termini di distruzione di una cultura scientifica e ambientalista che si è cercato faticosamente di costruire.Gli organi di informazione generalista sono spesso pieni di previsioni catastrofiche e titoli tanto urlati quanto vuoti di significato.Un esempio di questo è la reazione dell’opinione pubblica di fronte al complicatissimo tema dell’effetto serra: gli organi di informazione non specialistici sono pieni di titoloni su Venezia che scomparirà sott’acqua a breve, sui nostri figli che non vedranno mai la neve e sugli orsi polari che soccomberanno nel giro di pochi anni. Ritornelli che sentiamo ormai da troppo tempo, che non riscontriamo nella realtà, e che vengono poi cancellati da altri titoli – ugualmente urlati – sui ghiacci artici in fase di momentanea espansione, a negare completamente l’allarme.
La gente è disorientata, e pensa che gli scienziati esagerino la portata di certi problemi, sbagliando regolarmente le loro previsioni.Il nodo centrale è proprio questo: prevedere il futuro è difficile, tanto più difficile quanto più si vuole vedere lontano nel tempo. Ed è difficile anche – forse soprattutto – per uno scienziato, che è consapevole della quantità di variabili in gioco quando si parla, per esempio, di clima; e che sa quanta strada ancora si debba fare con studi, ricerche, messa a punto di nuove tecnologie, e con una continua – sana, necessaria – messa in discussione dei risultati ottenuti.Un cammino duro, lento e poco prevedibile: che però è anche qualcosa di poco raccontabile, così com’è, dai giornalisti. Non è di sicuro quella parola definitiva, quella soluzione (o condanna) certa, quell’opinione netta di cui ha bisogno un pubblico che vuole capire velocemente questioni complesse e dibattute.Che si accontenta di preoccuparsi un po’ pensando all’immagine di Einstein che sentenzia sulle api, ma che poco viene informato, soprattutto dai media più “generalisti” sui reali termini di un problema che poi viene percepito come lontano e, in fondo, inesorabile. Quando invece è partendo dalla responsabilità personale di tutti, faticosamente e giorno per giorno, con risultati lenti e poco visibili, che si potranno produrre dinamiche che incideranno davvero sullo stato e sul futuro del nostro pianeta.
di – Miriam Giudici
Fonte : http://www.terranauta.it
Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org