Sono state costrette ad abbandonare la loro terra in Uganda, per far spazio a una nuova azienda del legname.Secondo un recente rapporto di Oxfam, questa appropriazione – perfettamente legale, secondo la compagnia britannica – è una nuova dimostrazione di come le aziende internazionali stiano incrementando le loro acquisizioni in Africa.L’azienda in questione, la New Forest Company, ha dichiarato che la maggior parte dei residenti locali fatti evacuare non possedeva alcun titolo di proprietà ed è stata allontanata in modo pacifico, e che tutta l’operazione era avvenuta sotto il controllo dell’Ugandan National Forestry Authority.L’azienda aveva fatto sapere a Oxfam che il loro arrivo aveva portato lavoro e benessere alle comunità locali, e che le proprie attività erano state approvate dal Forestry Stewardship Council (SFC) e dall’International Finance Corporation (IFC).E invece molte persone hanno riferito di come siano state costrette materialmente ad andarsene e lasciate senza cibo o denaro sufficiente a pagare la scuola per i figli. Alcune ingiunzioni del tribunale nei confronti dell’azienda hanno cercato di arginare il numero degli sfratti, ma testimoni oculari hanno visto personale dell’azienda prendere parte all’esecuzione degli sfratti. La New Forest Company, ad ogni modo, nega la sua partecipazione diretta.“Hanno tagliato tutte le nostre piantagioni – non abbiamo più né banane né cassava”, riferisce Christine, un’agricoltrice 40enne che abitava nel distretto di Kiboga prima dell’esproprio dei terreni.“I dipendenti temporanei dell’azienda ci attaccavano – picchiavano e minacciavano la gente. E a volte non ci facevano nemmeno tornare nelle nostre case a prendere le cose che ci servivano”.“Gli espropri avvenuti in Uganda mostrano chiaramente come le misure correnti siano inadeguate per la salvaguardia della popolazione più vulnerabile”, dichiara Raymond Offenheiser, presidente di Oxfam America.“Migliaia di persone stanno soffrendo perché sfrattate senza essere state né consultate né risarcite.
Oxfam si adopera affinché finanziatori e compratori si assumano le responsabilità delle loro azioni, e perché i governi dei paesi che ospitano le aziende interessate alle acquisizioni richiedano standard e misure di salvaguardia per i piccoli produttori agricoli. Il rapporto parla anche dell’urgenza di escludere gli obiettivi per la produzione di biocarburanti, che incoraggiano le acquisizioni di grandi estensioni di terra. Secondo i dati del Rapporto Land and Power, dal 2001 nei paesi in via di sviluppo sono stati venduti o dati in leasing circa 227 milioni di ettari, per lo più a investitori stranieri. Dato il carattere di segretezza tipico di queste transazioni non è facile ottenere dati precisi, ma una ricerca preliminare condotta da Oxfam stabilisce che metà delle acquisizioni è avvenuta in Africa e che queste coprono un’area quasi equivalente alla superficie della Germania.
Sono stati portati a termine senza riguardo per i diritti e i bisogni della popolazione locale, e lasciando le persone senza una dimora. “Gli investimenti sulla terra dovrebbero essere una buona notizia per i poveri, ma questo frenetico accaparramento rischia di portare risultati negativi per loro”, dichiara Mr. Offenheiser. “Gli investitori stanno prendendo sempre più di mira le proprietà terriere, e spesso ignorano la gente che vi abita e che dipende dalla terra per la sopravvivenza. Questa tendenza, che non ha precedenti, sta rendendo i poveri ancor più poveri, non il contrario”. Secondo il rapporto la corsa alla terra odierna è la conseguenza della richiesta di produzione di derrate alimentari per le popolazioni straniere, oppure della produzione didannosi biocarburanti, o della ricerca di facili profitti. E probabilmente diventerà sempre peggio, considerando la crescente richiesta di cibo, il rapido cambiamento climatico, la scarsità di acqua e la creazione di piantagioni che non servono all’alimentazione, come quelle dei biocarburanti.Il rapporto di Oxfam denuncia gli effetti devastanti degli espropri in Uganda, in Sud Sudan, in Indonesia, in Honduras e in Guatemala sulle comunità più vulnerabili.
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Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org
Di agenti inquinanti organici non smaltiti, intrappolati nei ghiacci artici, stanno costituendo una nuova minaccia per la vita marina e la vita umana via via che la temperatura globale si innalza. Gli scienziati hanno scoperto che il riscaldamento dell’Artico sta causando il rilascio di una nuova ondata di elementi chimici ora banditi che erano rimasti intrappolati nel ghiaccio. I ricercatori avvertono che la quantità di veleni immagazzinati nella regione polare è sconosciuta, e la loro dispersione potrebbe ‘rendere vani gli sforzi che si stanno compiendo globalmente per ridurre la contaminazione umana e ambientale.Tra gli elementi chimici che cominciano a fuoriuscire con l’aumentare della temperatura si annoverano DDT, lindano e cloridano, resi famosi dal libro di Rachel Carson del ’62, Silent Spring, e gli elementi chimici industriali PCB e il fungicida esaclorobenzolo (HCB). Tutti gli elementi elencati (inquinanti organici persistenti – POP) sono banditi dalla Convenzione di Copenhagen del 2004.
Possono provocare tumori e malformazioni fetali, ed hanno tempi lunghissimi di degradazione, il che significa che possono essere trasportati dagli elementi per lunghe distanze e che si possono accumulare nel tempo. Negli ultimi decenni le basse temperature artiche hanno intrappolato i POP volatili nel ghiaccio e nell’acqua.Ma alcuni scienziati canadesi e norvegesi hanno recentemente scoperto che il riscaldamento globale sta liberando nuovamente i POP. Tra il ’93 e il 2009 hanno appurato la presenza nell’aria di questi veleni, presso le stazioni di ricerca di Zeppelin nelle Svaalbard e di Alert nel Canada settentrionale.Anche dopo aver registrato una progressiva diminuzione delle emissioni globali di POP, i due team di ricerca hanno dimostrato che questi inquinanti tossici sono stati rimessi in circolazione dall’incremento della temperatura e dal ritirarsi del ghiaccio marino, che espone al sole maggiori quantità d’acqua.
Si è visto che la concentrazione di PCB e HCB nell’aria è in continuo aumento, a partire dal 2004. La loro ricerca è stata pubblicata dal Journal of Nature Climate Change.Hayley Hung, ricercatrice del team canadese e dipendente di Environment Canada, divisione qualità, dichiara che il suo lavoro ha dimostrato che i POP sono attualmente in circolazione nella zona artica.”Questo è solo l’inizio,” ha riferito la ricercatrice al Guardian. “Ora dobbiamo capire qual è l’entità degli inquinanti, quanto si potranno diffondere e in quanto tempo”.La Hung afferma che, ad eccezione del lindano, non si sa molto sull’estensione del fenomeno nelle latitudini polari. “Non abbiamo ancora dati sufficienti”.Il destino degli inquinanti congelati dipende dalla rapidità del riscaldamento polare – e al momento il tasso di innalzamento della temperatura è molto più veloce di quanto accade a latitudini inferiori – e da come gli inquinanti interagiscono con neve e pioggia. I POP si concentrano nei grassi e dunque si concentrano nella catena alimentare, ma la Hugh ritiene che le stesse catene alimentari presenti nell’Artico possano rimanere alterate dal cambiamento climatico.
Fonte: www.guardian.co.uk
Redatto da Pjmanc: http://ilfattaccio.org