Ecco le patologie in cui si stanno sperimentando i principi attivi contenuti nella marijuana:
GLAUCOMA
I dati definitivi sull’efficacia di un collirio alla marijuana per la cura del glaucoma saranno presentati a breve nel Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacologia. Un gruppo di oculistidell’università dell’Arizona ha individuato negli occhi il recettore del tetraidrocannabinolo (Thc), uno dei principi attivi della canapa. Secondo i ricercatori da questi recettori dipende la pressione endoculare, il cui aumento è causa di danni alla retina. La sostanza di base del collirio, la WIN 552122 è un agonista sintetico del recettore centrale dei cannabinoidi, un “facilitatore” d’ingresso dei derivati della canapa nella nelle cellule di origine nervosa e sembra che abbia ottenuto risultati promettenti nei pazienti refrattari alle terapie convenzionali. Risultati importanti, visto che solo in un caso su 10 si riesce ad evitare la cecità per neuropatia ottica. Secondo gli stessi ricercatori che hanno individuato i recettori CB1 nella retina, nell’iride e nei corpi ciliari, l’ipertensione intraoculare degli 8 pazienti glaucomatosi resistenti ad altre terapie è scesa del 15 per cento e del 23 per cento a mezz’ora dall’applicazione dei colliri contenenti, rispettivamente, 25 o 50 milionesimi di grammo di principio attivo. «Questi dati», commenta Gennaro Schettini, presidente del congresso nazionale della Società Italiana di Farmacologia, «confermano un coinvolgimento diretto dei recettori cellulari per i cannabinoidi nella regolazione della pressione intraoculare e rafforzano le possibili proprietà antiglaucoma della marijuana, suggerendo ulteriori approfondimenti anche in Italia sia farmacologici che clinici».
PARKINSON
studi in corso suggeriscono che gli endocannabinoidi, le sostanze prodotte all’interno dei centri nervosi coinvolti nel Parkinson siano tre volte superiori a quelli riscontrati in ogni altra regione del cervello e possano avere un ruolo nel controllo del movimento volontario e nei disturbi del movimento correlati al morbo. Alcuni risultati sugli animali, mostrano che l’azione degli endocannabinoidi potrebbe essere utile nel trattamento del Parkinson.
FERTILITA’
Alla marijuana sembrano sensibili anche gli spermatozoi. Alcuni scienziati dell’Università del Buffalo (Usa), hanno scoperto un sistema di segnalazione cellulare, presente negli spermatozoi, che utilizza come messaggeri alcuni cannabinoidi tra cui il Thc. Questo potrebbe stimolare la mobilità degli spermatozoi e facilitare la fecondazione. Gli stessi autori dello studio, però, avvertono che, nonostante una migliore comprensione di questi meccanismi può permettere di sviluppare nuovi farmaci, l’abuso della marijuana può mettere in pericolo la fertilità sovraccaricando il naturale sistema di regolazione dello sperma.
Speranze e delusioni rispetto alla capacità di trattare con la marijuana i disturbi dell’appetito nei malati di cancro e di Aids arrivano proprio dalla California. Se al Congresso internazionale sull’Aids di Durban uno studio presentato da Donald Abrams dell’Università di San Franciscoaveva mostrato che i pazienti in terapia con inibitori della proteasi che fumavano marijuana, o la assumevano per via orale, guadagnavano in media due Kg in più rispetto a quelli trattati con il placebo, gli oncologi californiani per i malati di cancro non sono arrivati alle stesse conclusioni. Sempre da San Francisco, infatti, un gruppo di ricercatori sperava di stimolare l’appetito nei malati di tumore in fase avanzata con il dronabinolo, un derivato della canapa, i pazienti trattati con il farmaco tradizionale contro l’anoressia, il megestrolo. Risultato: nel 73 per cento dei casi i pazienti trattati con la terapia tradizionale hanno avuto un aumento dell’appetito, quelli trattati con il dronabinolo solo il 47 per cento.
Sclerosi multipla: dal British Medical Journal si apprende che è partito in Inghilterra uno studio sugli effetti dei cannabinoidi in 20 casi di sclerosi multipla. I pazienti sono divisi in tre gruppi. Uno prende un estratto naturale di cannabis, l’altro un Thc sintetico, e il terzo un placebo. Lo studio che durerà tre anni, sarà allargato a circa seicento pazienti in diversi centri. Intanto dovrebbero giungere nei prossimi mesi i risultati di uno studio analogo per testare l’efficacia dell’estratto di cannabis contro gli spasmi.Dolori reumatici: in California, secondo un’inchiesta condotta su 1.000 consumatori americani, riportata da Arthritis Today, la marijuana è stata utilizzata per l’artrite o altre malattie reumatiche. A Parigi uno studio clinico di Fase I ha concluso che un derivato sintetico del Thc allevia il dolore e riduce l’infiammazione senza effetti psichici rilevanti.
Da Nature Medecine sono arrivate notizie sulle proprietà antitumorali dei cannabinoidi. Secondo uno studio condotto da ricercatori spagnoli comparso sulla prestigiosa rivista il Thc, induce, nei topi, una notevole regressione del glioma maligno, un tumore cerebrale che uccide molto velocemente. I ricercatori hanno osservato 45 animali nei quali era stato indotto questo cancro. Un terzo era trattato con Thc continuamente iniettato nel sito tumorale, un altro terzo con un altro cannabinoide e i rimanenti non trattati. Dopo 18 giorni i topi non curati sono morti, mentre in entrambi i gruppi trattati con cannabinoidi il tumore era distrutto oppure la vita si era prolungata di diverse settimane. Secondo gli studiosi questi risultati autorizzano ad intensificare le ricerche.
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BATTERI GENETICAMENTE MODIFICATI
In grado di produrre biocarburanti che, in futuro, potrebbero essere una risorsa per trasporti ed industria. L‘escherichia coli è diventato noto a tutti ultimamente soprattutto per il fatto di essere il batterio killer che, qualche mese fa, ha seminato il terrore in Germania, causando una vera e propria epidemia che, in alcuni casi, ha portato alla morte. Ma questo microrganismo, che vive nell’intestino di molti animali incluso l’uomo e che è indispensabile per la corretta digestione degli alimenti, si è rivelato, ultimamente, una importante risorsa energetica. Già da qualche anno, i ricercatori dell’Università californiana di Berkeley stanno indagando sul potenziale del batterio, giungendo a dei risultati assolutamente interessanti: l’escherichia coli geneticamente modificato può diventare una vera e propria fabbrica di biocarburante capace di alimentare industrie e trasporti, trasformando materiale derivato dalle piante in zuccheri che, a loro volta, diventeranno idrocarburi, al termine di un processo.
LAVORANDO SULLE COLONIE DI ESCHERICHIA COLI
Gli studiosi hanno creato singoli batteri dotati di enzimi in grado di digerire la cellulosa di alcune piante, in particolar modo eucalipto, trasformandola in zuccheri fermentabili. Inoltre, i ricercatori hanno dotato i microrganismi dei geni necessari affinché tali zuccheri possano essere convertiti in molecole simili ai carburanti commerciali, spendibili nell’ambito della produzione industriale o riutilizzabili per la produzione di benzina e diesel.Insomma, una fonte di energia rinnovabile, una sfida per un futuro in cui i combustibili fossili non saranno più la sola alternativa da considerare bensì un ricordo di tempi lontani: per questa ragione, numerosi sono gli studi che si muovono su direttive più o meno simili. In questi giorni in cui a Durban si cercano strade per salvare l’ambiente del nostro pianeta, è naturale guardare a certi studi con una certa fiducia ma, soprattutto, con speranza.I biocarburanti, per il momento, se hanno mostrato tutti i loro aspetti positivi rispetto ai derivati del petrolio, creano comunque problemi all’agricoltura dei paesi più poveri: lì, dove la debolezza economica fa accettare qualunque condizione venga proposta (o imposta) dall’alto, in molti hanno abbandonato le colture tradizionali, da cui dipendeva in molti casi la sopravvivenza alimentare, in favore di vegetali dai quali ricavare biomasse. Ecco perché gli studi sull’escherichia coli potrebbero essere determinanti per un futuro in cui produrre biodiesel non significherà sottrarre le risorse fondamentali all’agricoltura.
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