La sconosciuta “nave” spaziale di Cerro de la Cantera e l’enigma degli Olmechi

UN OGGETTO DALL’ASPETTO CAMPANULARE

Che emette fiamme dalla parte posteriore sembra viaggiare in una tempesta. All’interno un uomo di aspetto enigmatico siede con le mani su un pannello rettangolare.Un nuovo enigma dal passato emerge dalle nebbie del tempo generando motivati dubbi sul suo reale significato. L’incredibile rappresentazione è un bassorilievo di origine olmeca ritrovato su una parete di roccia basaltica a Cerro de la Cantera, Chalcatzingo Morelos, in Messico. Non è mai stato presentato in nessuna opera di paleoastronautica o di archeologia misteriosa scritta sinora da eminenti studiosi del settore, eppure sembra non presentare alcuna spiegazione razionale su quanto vi è raffigurato. Si tratta di una mia personale scoperta, non dal punto di vista archeologico (in quanto l’opera è accessibile a tutti ed è stata presentata anche su un libro di archeologia, scritto da Pina Chan intitolato “Olmechi”, Jaca, Milano 1989), ma da quello paleoastronautico, in quanto il disegno è del tutto sconosciuto agli studiosi di archeologia misteriosa e paleoastronautica. La prima volta che mi sono trovato dinanzi a quest’opera sono rimasto sbalordito. A mio parere, infatti, il bassorilievo di Cerro de la Cantera non può avere altra spiegazione, se non quella di un velivolo simile alle nostre capsule o shuttle a propulsione convenzionale. I motivi stilizzati della parte posteriore della capsula non sono interpretabili in modo diverso se non quali fiamme generate da un sistema propulsivo, così come la stessa forma campanulare dell’oggetto. Gli stessi archeologi non hanno trovato una spiegazione convincente al disegno del bassorilievo. In effetti la figura è completamente priva di ogni motivo simbolico che possa aiutare a classificarlo come rappresentazione religiosa.

IL CONFRONTO CON PALENQUE

Un utile confronto può venire dal paragone con la stele di Palenque. Da un punto di vista paleoastronautico, i due bassorilievi sono molto simili. In entrambi i casi, un uomo sembra essere ai comandi di un velivolo che genera fiamme dalla parte posteriore, come farebbe un moderno mezzo volante a combustibile convenzionale. Ma la stele di Palenque è ricca di motivi ornamentali dal profondo significato simbolico. Chi può contestare che sulla lapide di Pacal non sia rappresentato l’albero della vita? L’opera ritrovata nel tempio delle iscrizioni si presta a numerose interpretazioni alternative rispetto a quella avanzata da von Daniken che la spiega come un astronauta nel suo apparecchio. Inoltre il bassorilievo di Palenque può essere osservato e “letto” sia in orizzontale che in verticale, conferendovi, in tal modo, diverse spiegazioni. Questo non accade con il bassorilievo di Cerro de La Cantera che può rappresentare solo in orizzontale ciò che vi è stato scolpito: una capsula per viaggi spaziali.In comune le due opere hanno la presenza di un uccello, che nel bassorilievo di Cerro de La Cantera è all’inteno del velivolo. Qualcuno potrebbe obiettare che l’uccello è il simbolo della morte. Obiezione valida per la lapide del sovrano Maya Pacal, ma qual’é il significato di un siffatto simbolo nell’opera olmeca? Molto più verosimile pensare ad una figura rappresentante il volo.A parte l’uccello, il bassorilievo di Cerro de la Cantera, non ha altre figure simbolico-religiose che possano suggerire un significato alternativo a quello da me ipotizzato. Sembrerebbe essere davvero un oggetto in volo, pilotato attraverso un pannello portatile (ricordate i filmati del santilli Footage? L’analogia è davvero interessante). Ma che tipo di velivolo? Qualcuno potrebbe dire un UFO, ma personalmente rifiuto quest’interpretazione. Nessun’UFO è mai stato visto decollare, atterrare o semplicemente volare generando una fiamma come quella appartenente ad una propulsione convenzionale. E ciò è proprio quanto si desume dal disegno. La propulsione sembra essere convenzionale e troppo simile al tipo che noi oggi normalmente utilizziamo nei nostri Shuttle.E’ più credibile il fatto che ci troviamo in presenza di un indizio dell’esistenza di una civiltà remota e scomparsa, l’Atlantide, che aveva raggiunto un livello evolutivo e tecnologico simile al nostro. Civiltà che una volta estintasi ha lasciato le sue tracce, grazie ad individui scampati all’olocausto, che rifugiatisi in diverse parti del globo, hanno conservato memoria della perduta grandezza del continente atlantideo. Ma l’astronave di Cerro de La Cantera è solo l’ultimo in ordine di tempo degli enigmi olmechi.

L’UOMO SERPENTE DI LA VENTA

Infatti gli Olmechi sono stati il primo popolo civile dell’area mesoamericana. La loro importanza non sta solo nella priorità storica della loro civiltà ma anche nel fatto che molti elementi culturali fondamentali da loro elaborati si sono trasmessi a tutta l’area dell’America centrale, rimanendo poi costanti, presso le popolazioni più diverse, fino alla conquista spagnola. Probabilmente i popoli degli odierni Messico e Guatemala dovettero agli Olmechi i templi a piramide, lo sviluppo della matematica e dell’astronomia e in particolare quell’interesse per il cielo che ha spesso suscitato molti interrogativi negli studiosi.Il territorio degli Olmechi era di ridotta estensione e comprendeva la parte dell’istmo di Tehuantepec rivolta verso il golfo del Messico. La loro prima capitale, tra il 1000 e il 400 a.C., fu il centro di La Venta. Si trattava di una città che svolgeva funzioni primariamente religiose, ragione per cui poteva considerarsi più un santuario che un agglomerato urbano vero e proprio. Essa riveste notevole importanza per le testimonianze artistiche che conserva. Gli Olmechi furono abili scultori, che si dedicarono con maestria alla realizzazione tanto di teste colossali come di figure minute, a statue a tutto tondo, a bassorilievi e ad altorilievi, esplorando praticamente tutti i campi dell’arte plastica. Nel centro di La Venta si ritrova anche quella che è l’opera più significativa dal punto di vista paleoastronautico. Parliamo della stele nota come “l’uomo nel serpente”. Il serpente in questione sembra una delle primissime rappresentazioni di Quetzalcoatl, il serpente piumato, che sulla stele è raffigurato chiudersi su se stesso. All’interno dell’anello, che in tal modo si forma, è rappresentata una figura umana particolare per molti aspetti. Innanzitutto si presenta pesantemente vestita a differenza di tutte le altre raffigurazioni umane dell’arte olmeca che son seminude ed inoltre gli abiti si modellano sulla forma del corpo, come se fossro una tuta, mentre in quelle regioni sono sempre state in uso tonache o mantelli. Ciò che lascia veramente stupiti è, comunque, una sorta di scafandro indossato dal misterioso personaggio. Il casco protegge tutta la testa ma presenta un’apertura che lascia vedere il volto. Altri dettagli notevoli all’interno del serpente sono una borsa (oggetto mai esistito nell’America precolombiana) tenuta in mano dall’uomo ed un paio di pannelli scarsamente definiti connessi ad una sorta di trave. Anche se si è parlato di mito dimenticato a proposito del significato di quest’opera, sembra che la conclusione cui deve giungersi è proprio quella opposta. Ci troviamo infatti di fronte alla prima, inaspettata rappresentazione del mito diffusissimo e mai dimenticato del serpente piumato, cioè, in termini ufologici, davanti ad una astronave sigariforme del tipo del “Leviatano”. L’uomo scolpito all’interno del serpente che si tocca la coda con la testa, non è altri che un cosmonauta alla guida del veicolo nel suo interno, e bisogna riconoscere all’ignoto artista che lo ha rappresentato una grande sensibilità descrittiva. Non dimentichiamo, infatti, che, migliaia di anni dopo, gli Aztechi rimasero sbigottiti davanti ai cavalieri spagnoli ritenendoli, insieme ai loro cavalli, un unico animale fantastico capace di dividersi in due.

UNA CIVILTA’ MULTIRAZIALE

Dalle stesse rovine di La Venta possiamo avere delle affidabili risposte circa le straordinarie conoscenze degli Olmechi anche in campo antropologico. Questo popolo ha lasciato numerose statue e statuette, indice di una mescolanza di razze della quale gli era stranamente a conoscenza.Le teste di Basalto olmeche, alte oltre due metri e mezzo, pesanti sino a 37 tonnellate, che l’archeologia ortodossa ritiene ritratti di sovrani olmechi. In realtà le loro fattezze somatiche sono chiare rappresentazioni della razza negroide del tutto sconosciutra in sud-america sino al 17° secolo. Inoltre gli Olmechi erano soliti scolpire statuette di giada a tutto tondo, rappresentanti individui piccoli, glabri e dai tratti somatici orientali. Queste statuette dagli occhi a mandorla sono spesso rappresentate nella posizione del loto. Ancora una razza, quella orientale, sconosciuta in america sino ai tempi recenti. In una di queste opere nominata “presepe”, una serie di individui “orientali” è posta affianco a delle colonne affusolate chiamate “le lancie che spazzano il cielo”. Un ennesimo e indiretto ricordo di una tecnologia a razzo per viaggi spaziali oppure un riferimento mitizzato ad astronavi sigariformi? Va detto che un termine dal medesimo significato “Thn” (leggi Tehen, cioè “lancie che spaccano il cielo”) era usato in Egitto per indicare gli obelischi. Ancora una inaspettata coincidenza tra culture così distanti, a ulteriore conferma dell’esistenza di un continente ponte tra il vecchio e il nuovo mondo.Gli Olmechi hanno realizzato altre statue che rappresentano la razza bianca. Si tratta di uomini barbuti dai tratti indo-europei e caucasoidi. Altra stranezza se si pensa che gli amerindi non sviluppano peli e quindi neanche la barba. Inoltre la razza bianca, era una razza mitizzata. Come è possibile che gli Olmechi conoscessero le quattro razze base che popolavano il pianeta? Erano presenti su Atlantide? Se si pensa che come popolazione gli Olmechi furono la prima razza civilizzata presente in meso-America non è assurdo pensare che fossero i discendenti di alcuni superstiti atlantidei, e che conservassero memoria sia delle razze che popolavano qual mitico continente e sia della tecnologia che quella civiltà, forse multirazziale era arrivata a sviluppare. Una tecnologia rappresentata in modo inequivocabile nel bassorilievo di Cerro de La Cantera.

 

Redatto da Pjmanc  http://ilfattaccio.org

Prima del Big Bang? Un altro universo identico: la teoria di Roger Penrose divide i cosmologi

 NEGLI ANNI 50

i cosmologi erano più felici di oggi. Dominava, all’epoca, una teoria sull’universo molto elegante e facile da capire: l’universo era eterno, non aveva avuto inizio né avrebbe avuto fine, e la sua espansione – osservata già decenni prima – sarebbe stata compensata dalla nascita spontanea di nuova materia dal nulla, al ritmo di appena un atomo di idrogeno per ogni metro quadro ogni miliardo di anni, sufficiente a far sì che la materia totale dell’universo rimanesse sempre uguale, senza diradarsi per effetto dell’accelerazione. Non ci sarebbe stato il bisogno di scomodare quello che Fred Hoyle aveva definito, sarcasticamente, un “Big Bang”, una grande esplosione da cui l’universo avrebbe avuto inizio. Né scervellarsi sul problema di cosa ci fosse stato prima del Big Bang e di come avrebbe avuto fine l’universo. Hoyle, insieme a Herman Bondi e Thomas Gold, fu il principale artefice di questa teoria cosmologica dello “stato stazionario”. Ma in quegli anni, all’università di Cambridge, dove Hoyle, Bondi e un altro eminente fisico teorico, Dennis Sciama, insegnavano e allo stesso tempo perfezionavano il modello dello stato stazionario, giunsero due nuovi allievi. Uno si chiamava Stephen Hawking, l’altro Roger Penrose.

 

GENI RIBELLI:LA NUOVA COSMOLOGIA DI HAWKING E PENROSE

 

Oggi, nel 2011, Hawking e Penrose hanno preso il posto che fu dei loro maestri, riscrivendo completamente la fisica e la cosmologia a cui essi erano legati. La teoria dello stato stazionario fu abbondata nella metà degli anni ’60 quando due radioastronomi, Arno Penzias e Robert Wilson, quasi per caso, s’imbatterono nella prova inconfutabile che l’universo aveva avuto davvero origine con un Big Bang: la radiazione cosmica di fondo a microonde da loro scoperta è in effetti l’eco termico di quel Big Bang da cui l’universo ha avuto inizio quasi 14 miliardi di anni fa. E i teorici dello stato stazionario, da buoni scienziati quali erano, ammisero di essersi sbagliati. Ma, da allora, i problemi sono diventati davvero difficili da risolvere. Cosa c’era prima del Big Bang? E come finirà l’universo? Queste due grandi domande che la teoria dello stato stazionario aveva chiuso in un cassetto non fanno dormire di notte i cosmologi. Ma ora, Sir Roger Penrose – diventato nel frattempo baronetto e professore emerito a Oxford – crede di aver trovato la soluzione, che suona molto simile a quella dei suoi vecchi maestri. L’universo non ha avuto un inizio e non avrà una fine. E noi viviamo solo in un capitolo di questa storia infinita.Questa clamorosa teoria è stata presentata nel 2010 in Cycles of Time, pubblicato questo mese in Italia da Rizzoli con il titolo Dal Big Bang all’eternità (che parafrasa il celebre best-seller di Stephen Hawking Dal Big Bang ai buchi neri). Penrose la chiama CCC, “cosmologia ciclica conforme”, ed essenzialmente ricorda il principio filosofico dell’eterno ritorno dell’uguale. Prima del nostro eone – ossia della fase dell’universo in cui viviamo – ne esisteva uno uguale, e al termine ne nascerà uno identico. Questa teoria non è in contrasto con le osservazioni: parte dalla constatazione che il Big Bang abbia effettivamente avuto luogo e che l’universo si stia espandendo e probabilmente continuerà a farlo fino a che quasi tutta la materia sarà scomparsa. Ma qui viene il bello. Perché quel poco di materia rimasta sarà anche la stessa che, attraverso un nuovo Big Bang, darà vita a un nuovo eone, una nuova fase dell’universo ciclico ed eterno.

 

IL SEGRETO E’ NELL’ ENTROPIA

 

Per capire come funziona la CCC è necessario capire cos’è l’entropia. È un concetto molto semplice: pensiamo, come fa Penrose, a un barattolo di vernice bianca. Versiamoci dentro un po’ di rosso e, dopo un po’, avremo un barattolo di vernice rosa. Siamo passati da un sistema ordinato – tutto bianco – a uno disordinato – una fusione tra bianco e rosso. Per rimettere ordine, separando di nuovo il bianco dal rosso, sarà necessario impiegare energia esterna. Potremmo pensare che, facendo uso di un’energia esterna, si possa sempre rimettere ordine in qualunque sistema caotico. Siamo sempre in grado di rimettere ordine in una stanza che, lasciata a se stessa, tende a diventare caotica – aumento dell’entropia – facendo uso della nostra forza lavoro, che richiede energia. Ma l’universo è un sistema chiuso che non ha nulla al di fuori di esso. Per mettere ordine nell’universo avremmo bisogno di energia dall’esterno, ma se l’esterno non esiste non c’è che una possibilità: che l’entropia aumenti sempre di più. Questo concetto è matematicamente stabilito dal Secondo principio della termodinamica, il quale, applicato all’universo, sostiene infatti che l’entropia aumenterà sempre più nel tempo.Viceversa, le osservazioni della radiazione cosmica di fondo a microonde – l’eco del Big Bang, che per semplicità chiamiamo CMB (cosmic microwave background) – mostrano che l’uovo cosmico da cui tutto ha avuto inizio aveva una bassissima entropia. È esattamente come un uovo sull’orlo del tavolo: l’uovo, integro, è un sistema ordinato, a bassa entropia. Ma quando, cadendo dal tavolo, si rompe, quell’ordine viene meno, e l’entropia aumenta. Così è avvenuto al nostro universo: all’inizio la sua entropia per barione (le particelle-base della materia) era di 1.000.000.000, mentre oggi è già a 1.000.000.000.000.000.000.000, ed aumenterà nel tempo. Dunque, il destino dell’universo è quello di vedere il caos rappresentato dall’entropia aumentare sempre di più: le stelle moriranno, e tutto verrà lentamente, molto lentamente, inghiottito dai buchi neri, che aumentano di massa ogni qualvolta qualcosa ci cade dentro, e che pertanto finiranno prima o poi per inghiottire tutta la materia residua dell’universo.

 

L’ENTROPIA DEI BUCHI NERI

 

Una prospettiva desolante, che avverrà tra non meno di 100 miliardi di anni, ma che avverrà. Tuttavia, sembrerebbe esserci un paradosso. Nel 1974 Stephen Hawking dimostrò che i buchi neri non dovrebbero essere eterni, ma a causa di effetti quantistici il loro destino è quello di evaporare producendo una radiazione termica, detta perciò Radiazione di Hawking. Inizialmente, Hawking sostenne che la radiazione emessa dal buco nero durante la sua lenta evaporazione non producesse ma sottraesse entropia. I buchi neri sono degli enormi contenitori di entropia, essendo sistemi estremamente caotici costituiti da tutto ciò che hanno divorato nella loro vita. Tuttavia, se la teoria di Hawking era corretta, la radiazione da loro emessa non avrebbe permesso di ricostruire il grado di entropia del buco nero e di ciò che contiene al suo interno, di fatto portando a una perdita di entropia e quindi a una violazione della Seconda legge della termodinamica.Nel 2004, Hawking ha cambiato idea sostenendo, a parer suo, che in realtà la radiazione termica conterebbe informazioni sul buco nero che la emette, salvando capra e cavoli. Penrose non era della stessa idea allora e non lo è oggi. Secondo la sua teoria, Hawking aveva ragione quando sosteneva che, una volta evaporato, il buco nero non lascia tracce di sé. E questo significa che l’enorme entropia accumulata dall’universo finirà per ridursi a un livello bassissimo quando tutti i buchi neri saranno evaporati.Ebbene, la bassa entropia degli ultimi istanti dell’universo sarebbe allora la stessa di quella del Big Bang, cioè dello stadio iniziale dell’universo. Coincidenze? Non secondo Penrose. Le due estremità coinciderebbero: la fine dell’universo coincide con l’inizio di uno nuovo; o, per esprimersi nei termini di Penrose, alla fine di un eone ne nasce uno nuovo. Noi non vivremmo che in uno degli infiniti eoni che costituiscono un universo eterno. Non solo: ogni eone sarebbe identico al precedente e, per quanto Penrose non si spinga in queste elucubrazioni, nulla impedisce che ogni eone produca un giorno la vita intelligente, magari nella stessa forma che sperimentiamo oggi. La teoria della CCC non è solo un grande omaggio ai maestri dello stato stazionario, perché riesce a ipotizzare un universo ciclico ed eterno, senza inizio né fine, facendo a meno del problema di cosa c’era prima e di cosa ci sarà dopo. È anche una teoria che fa delle predizioni che possono essere provate. E Penrose ritiene di aver trovato una prova più che convincente.

 

LA PROVA NELLA RADIAZIONE COSMICA DI FONDO

Nel 2001 la NASA lanciò il satellite WMAP, che è riuscito a realizzare un’accurata mappa della radiazione cosmica di fondo e delle sue anisotropie, cioè le sue infinitesimali disomogeneità. In effetti, la CMB sembra essere estremamente isotropa, cioè omogenea, fatta eccezione per alcune piccole fluttuazioni che sarebbero del tutto casuali e che, secondo le teorie, avrebbero poi dato origine alle galassie e a ciò che contengono. Penrose è andato a osservare la mappa della CMB realizzata dal satellite WMAP e ha trovato, con sua stessa sorpresa, delle regolarità nella distribuzione delle anisotropie. In quella mappa, Penrose ha osservato che queste variazioni si distribuiscono lungo cerchi concentrici. Essi sarebbero, secondo la CCC, il prodotto di uno scontro tra buchi neri supermassicci, che nel collidere avrebbero provocato imponenti onde gravitazionali, i cui effetti si sarebbero “impressi” nella CMB. Esattamente come le onde prodotte da un sasso caduto in uno stagno. Considerando la posizione di questi cerchi concentrici nella mappa della CMB, Penrose e Vahe Gurzadyan dell’Università statale di Yerevan, in Armenia, hanno calcolato che questo grande scontro sarebbe avvenuto prima del Big Bang. Dunque, il nostro eone conserverebbe qualche “memoria” dell’eone precedente, dimostrando che c’era qualcosa prima del Big Bang. E quel qualcosa era, appunto, nientemeno che un universo (eone) identico al nostro. Quanto durerebbe ogni eone? Non meno del tempo necessario perché tutti i buchi neri evaporino: 10100 anni, cioè un 1 seguito da cento zeri! I fisici e i cosmologi ci vanno cauti. È vero, affermano, quegli strani cerchi nella mappa della CMB ci sono, ma non è detto che siano spiegabili con la teoria di Penrose. Anche perché la CCC fa un’altra predizione, fondamentale per dimostrare la sua veridicità: e che cioè tutta la materia, ne lunghissimo periodo, finisce per decadere e perdere la propria massa. È vero che molte particelle sono prive di massa e molte altre possono decadere, perdendola. Ma non è stato dimostrato – e secondo i fisici è estremamente improbabile dimostrarlo – che particelle di massa infinitesimale ma pur sempre esistente, come gli elettroni, la perdano. Tuttavia, la cosmologia ciclica conforme è una teoria che, nella sua complessità, semplifica parecchio la vita. Ai cosmologi, certo, ma anche a noi comuni mortali, che non possiamo fare a meno di domandarci, come loro, da dove veniamo e dove stiamo andando.

fonte : http://www.fanpage.it

 

MARTE INDIVIDUTATE DUE ZONE FAVOREVOLI ALLA VITA

IN PASSATO MARTE AVREBBE POTUTO OSPITARE LA VITA

Sono almeno due i luoghi che su Marte potrebbero aver ospitato la vita: sono profonde valli ricche di un minerale argilloso che si è formato in presenza di acqua e che avrebbe favorito la presenza di forme di vita. E’ quanto risulta dalla ricerca pubblicata sulla rivista Geology dall’americano Planetary Science Institute. Il minerale che potrebbe racchiudere il segreto della vita sul pianeta rosso si chiama smectite. La sua caratteristica è la grande capacità di assorbire acqua o molecole organiche e si forma in presenza di acqua non acida.”Queste argille si sono formate in presenza di specchi d’acqua persistenti circa 2 o 3 miliardi di anni fa”, ha spiegato Janice Bishop, una delle responsabili della ricerca, che lavora per l’istituto Seti (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) e per il centro di ricerche Ames della Nasa. “Ciò indica – ha aggiunto – che questi avvallamenti sono unici e potrebbero essere stati i luoghi più ospitali di Marte in un periodo di forte evaporazione, che ha condizionato il clima dell’intero pianeta”.I siti in questione sono stati individuati nell’area detta Noctis Labyrinthus, nei pressi della Valle Marineris, un complesso sistema di valli e canyon che si articola per 4.000 chilometri, arrivando a 7 chilometri di profondità. La ricerca si è basata sulle immagini ad alta risoluzione scattate dal satellite americano Mars Reconnaissance Orbiter (Mro), lanciato nel 2005 dalla Nasa per analizzare la superficie del pianeta e individuare i luoghi di atterraggio per le future missioni.”Queste depressioni sarebbero dei luoghi fantastici dove spedire un prossimo rover”, ha commentato Catherine Weitz, primo autore della ricerca. “Peccato – ha aggiunto – che i forti dislivelli del terreno rendano molto problematico un possibile atterraggio in queste aree”.

fonte : http://gabry58.blogspot.com

 

 

 

 

 

Inquinamento aumenta piogge e siccita’ Profondi effetti aerosol su sviluppo nuvole

 INQUINAMENTO E POLVERI

nell’atmosfera hanno profondi effetti nello sviluppo di nuvole: incrementano alluvioni e tempeste nelle regioni umide e riducono le piogge nelle regioni secche. Lo rivela uno studio realizzato dall’Universita’ del Maryland e pubblicato su Nature Geoscience.Gli studiosi, in base ai dati degli ultimi 10 anni hanno verificato l’esistenza dell’impatto degli aerosol nella struttura delle nuvole e i conseguenti cambiamenti nella frequenza e intensita’ delle piogge”.

 

fonte : http://www.ansa.it

 

 

 

 

 

 

« Previous Entries