Multinazionale fa rima con ambientale? Business ambientale e GDO: ricchi profitti e faccia pulita

Sono sempre più numerose le multinazionali del petrolio, le industrie, le catene della grande distribuzione organizzata e le banche che si stanno cucendo addosso un abito verde ed etico.
Perché? Perché l’ostentato rispetto per i diritti dell’uomo e dell’ambiente fa mercato. E  aiuta a vendere sempre di più…
Nella località svizzera di Davos, il gotha del capitalismo globale si riunisce annualmente per decidere il destino economico e finanziario del mondo. Da qualche anno, partecipano all’incontro i cosiddetti “comunisti liberali” che prospettano la causa della responsabilità sociale e ambientale: mercato, ambiente e società non sono elementi antitetici, ma possono ricongiungersi con reciproco vantaggio. In realtà, questi “capitalisti rossoverde” elargiscono con una mano mentre prendono con l’altra. «Negli Stati Uniti – racconta Slavoj Zizek – c’è un lassativo alla cioccolata che viene pubblicizzato così: “Siete stitici? Mangiate un bel po’ di questa cioccolata!”, cioè un tipo di cibo che provoca la stitichezza. Il lassativo alla cioccolata si può rintracciare in tutta l’ideologia di oggi. È quello che rende eticamente ripugnante un personaggio come Soros. Soros non rappresenta forse la più spietata speculazione finanziaria combinata al suo contrario, la preoccupazione umanitaria per le catastrofiche conseguenze sociali di una sfrenata economia di mercato? La stessa routine quotidiana di Soros è la rappresentazione di una menzogna: metà del suo lavoro è dedicata alle speculazioni finanziarie e l’altra metà ad attività umanitarie che in ultima analisi combattono gli effetti delle sue stesse speculazioni».
Bp, Shell e Total: una sfavillante facciata sostenibile
Multinazionali, industrie, grande distribuzione organizzata e gruppi bancari cavalcano, oggi, l’emergenza ambientale, perché investire nell’ecologia significa fare più profitti: una vera e propria corsa all’energia pulita, per sostituire il limitato petrolio, con fonti rinnovabili e biomasse. Una recente ricerca effettuata dal gruppo New Energy Finance ha evidenziato che gli investimenti in questo settore sono stati nel 2006 di 63 miliardi di dollari: 33 miliardi in più rispetto ai 30 del 2004. Gli analisti prevedono che questa febbre all’eco-business crescerà nei prossimi dieci anni del 20-30% all’anno. Per esempio, le società petrolifere Bp, Shell e Total sostengono l’ambiente investendo in energia pulita: eolica, solare e idrogeno. Il giornalista George Monbiot, criticando la svolta verde di alcune aziende, avverte, dalle pagine del New Scientist, che «nella nuova veste di amiche dell’ambiente sono molto più pericolose, perché creano l’impressione che una grande industria del petrolio si preoccupi sinceramente dei cambiamenti climatici. La Bp, in particolare, oggi si presenta più come una lobby ambientalista che come una società petrolifera. Il tenore delle campagne pubblicitarie – come lo slogan della Bp: “Oltre il petrolio” – è fuoviante […] non è altro che un’operazione di facciata: le società petrolifere stanno cercando di sviare l’attenzione dai disastri ambientali causati proprio dallo loro attività». Altro esempio è quello della Volkswagen o Toyota che pubblicizzano le loro auto a basso e zero emissioni, ma in autostrada con un litro non fanno più di dieci chilometri.
  Ambientalismo e consumismo: non vanno d’accordo
 L’ambiente è il business trainante del XXI secolo: una nuova economia verde; una grande industria globale; una priorità strategica per competere nel mercato; un vantaggio economico; un gioco in anticipo in vista di leggi e normative sempre più severe. Il Governatore della California, Arnold Schwarzenegger, dichiara: «L’energia pulita è il nostro futuro». Tuttavia, se da un lato i politici proclamano la rivoluzione ecologica e il presidente George Bush chiama a raccolta gli statunitensi in nome di un “patriottismo verde”; dall’altro lato non si mette minimamente in discussione lo stile di vita consumista.
Una vera e propria contraddizione spiegata molto bene da Oliver Bailly, Denis Lambert e Jean-Marc Caudron, dell’ONG belga Oxfam-Magasins du monde, nel loro libro Ikea. Che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti? (edizione Lindau), in cui mettono in dubbio la filosofia aziendale di “fare affari pur restando un’impresa etica” perché acquistare sempre di più, a basso costo e conservando il meno possibile è incoerente con un discorso ambientalista: «il cantore dell’arredamento usa e getta esercita una bella pressione sul nostro pianeta. Se ogni nucleo familiare deve consumare diversi soggiorni, diverse camere da letto, diverse cucine e aggiungere al suo carrello anche qualche acquisto impulsivo, non finiremo per vedere ogni foresta trasformarsi in mobile?».

Ikea etica?

Negli anni ’80 e ’90, Ikea è stata accusata di deforestazione, impiego di sostanze tossiche e inquinanti nella produzione. Tuttavia, nel riconoscere gli errori commessi, tenta adesso di fare responsabilità sociale e ambientale: redige un codice etico (IWAY) e diversi rapporti ambientali con cui invita i fornitori a rispettare l’ambiente e le condizioni di approvvigionamento del legname entro un parametro di quattro livelli. In realtà, le informazioni sui loro fornitori sono “trattate con riservatezza” e i controlli eseguiti internamente da Ikea stessa: «l’alunno è anche l’esaminatore!» e dall’esterno è impossibile tracciare l’origine o il percorso del legno. Oltre a ciò, se nel 2003 il 97% del legname era in regola con il livello minimo previsto dal codice etico, due anni dopo, con l’aumento della produzione del 15%, questa percentuale è crollata al 90% e nel 2007 all’80%.
In Italia, nell’esercizio 2006-2007, Ikea ha fatturato 1,2 miliardi di euro (19,8 a livello mondiale), con un incremento di 18,5% dei volumi di vendita e con 36,5 milioni di visitatori nei 13 negozi italiani di Roma, Torino, Brescia, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Ancona, Bari, Napoli e Milano (nel mondo 260 negozi in 36 Paesi con 522 milioni di visitatori).
Nel 2008, è prevista l’apertura dei negozi di Parma, Rimini, Salerno Baronissi, Trieste Villesse e Torino Collegno, con un investimento pari a 300 milioni di euro e un occupazione della superficie di 149.695 metri quadrati, da aggiungere ai già occupati 336.300. «Nel mio ufficio conservo una cartolina della luna che hanno portato da non so dove. Raffigura il deserto popolato da un unico segno umano; e – indovini un po’? – è un divano Ikea. In effetti, osservando quella cartolina mi sono accorto che con quel divano anche il suolo lunare prende subito un’area più familiare. Allora mi sono detto: ammobiliare la luna? È un idea». Queste parole sono di Ingvar Kamprad, fondatore di Ikea, pronunciate durante un’intervista rilasciata a Nanni Delbecchi e inserita nel libro Il signor Ikea. Una favola democratica (edizione Marsilio): attraverso la forma del reportage e del romanzo, il giornalista descrive la sua esperienza in Svezia, l’incontro con Kamprad e la visita al museo Ikea.


La guerra italiana della grande distribuzione: Esselunga e Coop

Un altro controverso personaggio è Bernardo Caprotti – padrone dei supermercati Esselunga – il quale è uscito alla scoperto con un libro dal titolo Falce e carrello. Le mani sulla spesa degli italiani (Marsilio). Caprotti racconta la sua vita, gli studi, il lavoro, gli affari con Nelson Rockeffeller, ma soprattutto rivela – documenti alla mano – i retroscena della guerra segreta tra le catene distributive italiane e lo spionaggio aziendale per eliminare Esselunga dal mercato.Falce e carrello è soprattutto un atto di accusa contro il sistema delle Coop: garantito dalla politica e privilegiato dai benefici fiscali.
Il patron di Esselunga espone la vicenda relativa all’acquisto di un terreno a Bologna, in via Andrea Costa, per costruire un supermercato: durante lo scavo, vennero trovati dei reperti etruschi e i lavori furono fermati dal Ministro dei beni culturali (governo di centro sinistra). Esselunga rinuncia al terreno e la Coop subentra nell’acquisto: dopo 15 giorni il Ministero ordina il trasferimento dei resti archeologici. Attualmente, in questa via di Bologna, sorge un ipermercato Coop con parcheggi interrati e senza pavimenti di cristallo per le zone archeologiche. Bernando Caprotti continua il suo j’accuse tra terreni, immobili e centri commerciali, descrivendo le vicende di Unicoop Firenze, Coop Liguria e Grand’Emilia di Modena.Per Aldo Soldi, presidente dell’Associazione nazionale cooperative di consumatori, si sta attaccando un pluralismo economico che fa bene al mercato e ai consumatori: «Coop è impresa leader, associa milioni di persone, agisce nel pieno rispetto delle leggi e delle regole, ma è soggetta ad una campagna denigratoria forte e prolungata, in particolare da parte di un suo concorrente. Rispondiamo e risponderemo, ma il problema è un altro: credo non si sia mai vista una situazione in cui un concorrente non usa solo le armi del mercato (in questo lo rispettiamo) ma getta sospetti, si inventa complotti, scrive libri, vuole cambiare le leggi, attacca personalmente i dirigenti dell’impresa concorrente» (Il Sole24Ore). E ancora, dall’articolo di Rinaldo Gianola sull’Unità: «Non può accusare le Coop di chissà quali privilegi: questo è un argomento delicato. Saremmo disposti a credere alle sue accuse, se Caprotti ci spiegasse come mai per decenni è riuscito a ottenere le licenze migliori a Milano o in Lombardia».

 

I (troppi) metri quadri della GDO

Ripartiamo dalla Lombardia: la regione è la seconda zona europea, dopo Stoccolma, con un eccesso di grandi centri commerciali. In Italia, queste “cittadelle del consumo” occupano una superficie totale di 9,8 milioni di metri quadrati, raddoppiata negli ultimi dieci anni, con una media di 169 mq ogni 1.000 abitanti.
A Roma sorge “Porta di Roma”, uno tra i più grandi shopping center d’Europa: 150.000 mq di estensione, 220 negozi, un cinema a 13 sale, Ikea, Leroy Merlin, Rinascente, Auchan, bowling a 16 piste, albergo da 5.000 mq, parcheggio su due piani per 9.000 posti auto per un totale di 250.000 mq. Sono in fase di realizzazione 4 campi da tennis, 2 da calcetto, piscina, palestra, area bambini, due ristoranti; in più, è prevista la costruzione di un quartiere da 10.000 abitanti con alberi, piste ciclabili, campi sportivi e un laghetto per la pesca.
A Madrid, il parco commerciale Xanadu riproduce una pista da sci al coperto con oltre 18.000 metri quadrati di neve e 220 negozi con una tecnologia analoga a quella dei frigoriferi (altamente inquinante) che raffredda il suolo mantenendo costante la temperatura per 365 giorni all’anno. Nella città inglese di Birmingham, il grande magazzino Selfridges, costato 65 milioni di euro, ha reso la città la terza più visitata del Regno Unito, dopo Londra ed Edimburgo.
E mentre i grandi della distribuzione costruiscono, conquistano territori e lottano per nuove superfici, i piccoli negozi italiani cedono le attività: 46.000 nel 2004, 48.472 nel 2005 e 54.844 nel 2006. Una guerra di filiera e di prezzi che coinvolge, oltretutto, i piccoli produttori: entro il 2015 rischiano di chiudere otto attività su dieci. D’altronde, se vogliono innovarsi, lanciando un nuovo prodotto, devono sottostare al costoso e rischioso listing fee: un pedaggio per entrare nel limitato mondo degli scaffali, dove solo l’1% dei nuovi prodotti diventa best seller. Alcuni operatori economici pensano che l’alternativa per i piccoli produttori sia diventare fornitori specializzati in prodotti private label, cioè a marchio proprio dell’insegna distributiva (13,4% delle vendite e risparmio per il consumatore fino al 20-25% sul prezzo finale). Ma rispetto a questo la distribuzione organizzata chiede di rigidere certificazioni di qualità e sicurezza alimentare che soltanto le grandi imprese possono garantire: la conformità allo standard presuppone una ristrutturazione di tutto il processo produttivo. Insomma, la grande distribuzione organizzata (GDO) ammette solo una grande produzione organizzata (GPO).
Stiamo assistendo ad una guerra tra titani per l’occupazione continua di nuovi spazi economici e ambientali, sottomessi alle ragioni di produzione, alle logiche di mercato e al profitto. Ma il territorio fino a che punto potrà sopportare questi enormi impatti paesaggistici, ambientali e sociali? Per concludere questo scenario di “comunisti liberali”, capitalisti rossoverde, ecologisti patrioti, banchieri, imprenditori illuminati e manager della distribuzione, mancano soltanto l’ardito Don Chisciotte appeso ai tre pali delle turbine eoliche e il realista Sancho Panza che domanda: «In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre, dove regna il “capitale”, oggi più spietatamente, riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero al “potere” dare scacco e salvare il mondo intero?» 

fonte : http://www.ilconsapevole.it

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